Maestri salumieri da duecento anni: la storia della famiglia Salini di Groppallo

Nuova puntata della rubrica l’Azienda del mese nata dalla collaborazione editoriale fra QuotidianoPiacenzaOnline e Confcommercio Piacenza. Come sempre il nostro giornale cerca di farvi conoscere più da vicino realtà storiche o di particolare interesse fra quelle iscritte all’associazione di strada Bobbiese

La storia imprenditoriale della famiglia Salini affonda le sue radici in un passato così remoto che, nel raccontarla, è facile perdersi fra le generazioni e i nomi di bisnonni, madri, padri, fratelli e cugini.
Difficile invece dare una data precisa all’origine di tutto, perché se i documenti ufficiali conservati presso l’archivio di Piacenza danno conto di un’attività presente a Groppallo nel 1846, si crede che l’apertura della prima osteria, ad opera di Antonio Salini, risalga addirittura al 1820.

A quell’epoca servire da mangiare e da bere era solo una delle tante attività che si svolgevano fra quelle mura: c’era anche una merceria, c’erano i sali e i tabacchi, la ferramenta, la drogheria. Insomma un supermercato ante litteram e la famiglia, per non stare con le mani in mano, si dedicava anche alla produzione del vino, a quella dei salumi ed al commercio di carni.
In due secoli la F.lli Salini è cresciuta ed è cambiata, pur restando fedele alle origini: l’osteria è diventata un ristorante, completato da un piccolo albergo e poi si è aggiunta una vera e propria macelleria, che è, al contempo, negozio di alimentari. L’ultimo tassello è quello del salumificio che ha permesso di compiere un salto di qualità, slegandosi anche ad alcune delle problematiche che lo spopolamento dei nostri appennini porta con sé.

Perché fare impresa in montagna è dannatamente difficile, comporta spese maggiori, distanze che si fanno sentire anche nella vita famigliare. Eppure i Salini portano avanti la tradizione e lo fanno tramandandosi, lavorazioni artigianali, ricette antiche. Anche i nomi raccontano il percorso della famiglia attraverso questi due secoli.
Vittorio sr. (1875/1969), figlio del fondatore, ebbe a sua volta sei figli (Albina, Guido, Elvira, Luisa, Vittorina e Nani) ma rimase purtroppo vedovo giovanissimo e trovò un insostituibile aiuto nella cognata, la Gigena, che allevò i nipotini come fossero figli suoi.

Due di questi, Elvira (1906/1986) e Guido (1908/1972), raccolsero il testimone, e si affiancarono al padre nella gestione del ristorante. La moglie di Guido, Luisa Carisetti, insieme alla cognata Elvira, fu la colonna portante della cucina, dall’anno del suo matrimonio, nel 1945, fino alla sua scomparsa nel 1998.
La morte prematura del padre Guido nel 1972, porterà alla guida dell’azienda i fratelli Vittorio (1946), Renzo (1949) e Domenico (1950), poco più che ventenni. Una quarta generazione che nel giro di pochi anni decise di dare ulteriore impulso al salumificio, intuendo che quella potesse essere la strada principe da seguire per garantire lavoro e benessere ad una famiglia nel frattempo sempre più grande. Parallelamente Annamaria, moglie di Domenico, divenne il braccio destro della suocera in cucina, dove ancora oggi è artefice delle prelibatezze che vengono servite ai clienti.
Forse la vera forza dei Salini è che tutti sono capaci di arrangiarsi nei diversi ruoli ed incarnano la parola “gestione famigliare”.

Capita così che anche chi nel frattempo si è spostato a vivere a Piacenza, e svolge altre attività, se c’è bisogno salga in macchina, percorre 50 chilometri e si rimbocchi le maniche per dare una mano.
L’unità della famiglia è raccontata da tanti piccoli episodi come quando i cugini della quinta generazione dei Salini, durante gli studi universitari a Milano, vissero assieme, prima in collegio e poi in un appartamento, divenuto presto meta di pellegrinaggio culinario da parte di tanti compagni di studi, attirati dai salumi di famiglia, capaci di dare una svolta a qualunque nebbiosa giornata meneghina.
Arrivando ai giorni nostri la bandiera della tradizione culinaria dei Salini è portata avanti da Mauro e Guido, entrambi classe 1984 (e figli rispettivamente di Vittorio e Renzo) che si occupano principalmente del salumificio, pronti però ad entrare in negozio o nel ristorante per dar man forte al resto della truppa. Nel salumificio lavorano anche due dipendenti part-time, ed anche questa è una ricaduta non banale in un territorio montano dove le occasioni di occupazione sono purtroppo “merce rara”.
A Groppallo, per quanto impegnate in settimana in altre attività, non mancano mai (anche solo per un supporto morale) la moglie di Guido, Laetizia, la sorella Paola e le figlie di Domenico, le gemelle Elena e Silvia.

Su tutti vigilano Vittorio e Renzo (Domenico è invece scomparso nel 2018), incapaci di riconoscersi appieno nella definizione di pensionati. Perché la fiducia nei figli è massima, ma riuscire a staccarsi completamente da quella che è stata la propria attività per decenni è impresa titanica e fors’anche impossibile.
Non si può parlare della famiglia Salini senza citare i loro prodotti, che sono i tre salumi piacentini per eccellenza, la coppa, la pancetta ed il salame. C’è poi una quarta meraviglia per il palato, la mariola, che è stata una scommessa vinta, diventando anche presidio Slow Food. Una piccola produzione di nicchia che è cresciuta, diventando elemento di punta del salumificio, che vende i propri insaccati a tanti ristoranti della nostra provincia, ma anche a Parma, Genova, Torino.

Fra i clienti ci sono naturalmente alcune catene di supermercati italiani ed una svizzera. Inoltre vi sono distributori che importano i salumi Salini in altri paesi europei fra cui la Francia.

Un successo ed anche uno sforzo produttivo e burocratico notevole per una piccola azienda nata in montagna e che, nonostante le difficoltà e le complicazioni, ha deciso di rimanervi.
Non resta che completare l’apparecchiata di prodotti Salini citando quanto viene impastato e sfornato dalla cucina del ristorante. Partiamo dalle paste ripiene della tradizione come gli anolini ed i tortelli (di ricotta e spinaci ma anche di zucca e radicchio) che – sarà per la vicinanza con la provincia di Parma – non hanno la classica coda piacentina ma vengono chiusi a “cappello di Napoleone”. In casa si fanno anche i sottaceti, i dolci, le salse. Piatto forte è poi – grazie alla freschezza garantita dalla macelleria – la carne proposta sia cruda come tartare, sia alla griglia ed ancora sotto forma di arrosto e lesso.
In duecento anni Groppallo è profondamente cambiato e pochi sono rimasti a vivere fra quelle bellissime montagne della Valnure. D’inverno conta su una popolazione fissa di circa un centinaio di abitanti mentre fortunatamente d’estate si rianima ed arriva quasi a quintuplicare le sue presenze, con l’afflusso dei villeggianti. Gli stessi cugini Salini, nati a cavallo fra gli anni settanta ed ottanta, sono stati fra gli ultimi a frequentare le scuole elementari in loco, che oggi non ci sono più. Il ristorante resta dunque un simbolo di continuità e di tenacia e durante l’inverno apre (oltre che su prenotazione) dal venerdì alla domenica mentre a partire da Pasqua (fino alla fine dell’estate) è aperto tutti i giorni. Unico momento di pausa il mese di febbraio in cui la i Salini si prendono una pausa per “ricaricare le batterie” e presentarsi in piena forma per la nuova stagione.




Piazza Plebiscito: un “nonluogo” nato senza essere mai stato progettato

Nonostante i piacentini abbiano in qualche modo imparato anche a volerle bene, si potrebbe dire che piazza Plebiscito è in realtà un “nonluogo”, uno spazio mai realmente pensato e progettato per essere “centro di riunione dei cittadini” (ed oggi trasformatosi in parcheggio, nonostante i divieti – leggi qui).  E’ invece una sorta di “risulta” creatasi in seguito alla sistematica demolizione dei chiostri del convento, avvenuta a partire dall’epoca napoleonica (quando venne soppresso l’ordine religioso). Il chiostro originariamente arrivava, con il convento, su Piazza Cavalli (immagine sotto).

«Per fortuna – spiega la professoressa Valeria Polimentre le  parti cenobitiche (conventuali) sparirono, si riuscì a salvare la chiesa con l’intitolazione a San Napoleone. Ottennero il titolo parrocchiale dalle chiese di San Protaso e San Gervaso. La prima si trovava dove ora c’è il Terzo Lotto, mentre la seconda dove è stato edificato il palazzo della Borsa. La planimetria risalente alla fine del XVIII secolo documenta l’articolazione del convento intorno a tre chiostri, quasi totalmente demoliti, dei quali rimangono solo i lati che delimitano la piazzetta Plebiscito, costituiti dal lato addossato al lato sud della chiesa e dal corpo di fabbrica perpendicolare che si sviluppa fino a via Sopramuro».

Le demolizioni crearono dunque questo “spazio d’avanzo” che non ha una sua logica progettuale: una piazza che non è mai stata pensata come tale. Lo smantellamento dei pochi edifici conventuali sopravvissuti continuò nella prima metà del ‘900 quando venne realizzato il Secondo Lotto (palazzo Inps, costruito fra il 1938 ed il 1940). Alla fine della Seconda Guerra Mondiale venne abbattuta anche la cinquecentesca cappella dell’Addolorata, una sporgenza cilindrica presente sul lato della chiesa che ben si vede (sotto) in un dipinto donato alla banca di Piacenza, nel 2008, dal rag. Pierandrea Azzoni, condirettore dell’istituto di credito.

Durante l’edificazione del palazzo Inps, grossomodo dove ora c’è il gazebo del vicino ristorante, venne approntato un deposito attrezzi nel quale probabilmente veniva conservato anche il gasolio utilizzato dai mezzi di cantiere, come lascerebbe intendere la scritta Agip. Successivamente, nella stessa area, venne costruito un piccolo distributore di carburante che rimase in funzione per svariati anni.

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Elezioni regionali in Emilia-Romagna. A Piacenza, alle 19, ha votato il 27,39%

Alle ore 19 l’affluenza alle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna è stata del 31,03%.

Nello specifico l’affluenza è così suddivisa per provincia: Piacenza 27,39%, Parma 27,88%, Reggio Emilia 30,66%, Modena 31,61%, Bologna 35,12%, Ferrara 28,98%, Ravenna 33,72%, Forlì-Cesena 30,20%, Rimini 25,80%.

Nella scorsa tornata elettorale le elezioni regionali si svolsero in una sola giornata e pertanto non è possibile un raffronto. Le prossime rilevazioni saranno alle ore 23 di oggi e alle ore 15 di domani alla chiusura dei seggi.

 




Sfrecciano sul Facsal in due, sul monopattino elettrico, a 65 km/h.

La Polizia di Stato ha effettuato nella giornata di giovedì 14 novembre, diversi interventi nel corso dei quali gli operatori della Squadra Volante hanno denunciato e sanzionato amministrativamente alcune persone.

Nel primo pomeriggio la Volante ha fermato e controllato sullo Stradone Farnese un monopattino elettrico con a bordo due cittadini extracomunitari di 27 e 24 anni. Dal controllo è emerso che il mezzo aveva superato la velocità prevista di 20 km/h, rilevando sul display una velocità di 63/65 km/h. Il proprietario è stato sanzionato, con il conseguente sequestro amministrativo del mezzo ai fini della confisca, inoltre è stato multato poichè viaggiavano in due su un mezzo omologato per una sola persona.

Nella tarda serata personale della Squadra Volante è intervenuto presso il pronto soccorso del locale Ospedale Civile poichè era stata segnalata la presenza di un soggetto in attesa di cure che minacciava il personale infermieristico. I poliziotti hanno identificato un cittadino italiano di 35 anni,che ha continuato a minacciare i sanitari senza un valido motivo, come già aveva fatto in precedenza. E’ stato accompagnato in questura e denunciato alla Procura della Repubblica di Piacenza per i reati di minaccia a pubblico ufficiale ed interruzione di un servizio pubblico.

Sempre nella tarda serata la Squadra Volante è intervenuta presso un ristorante in viale S. Ambrogio, dove una donna dopo aver consumato la cena, riferiva di essere impossibilitata a pagare i 70 euro del conto in quanto aveva smarrito il portafoglio. La donna, un’ italiana di  55 anni,  , residente in un’altra Regione, già nota alle forze dell’ordine non ha voluto saldare il conto ed è stata accompagnata in questura e denunciata alla Procura della Repubblica di Piacenza per il reato di insolvenza fraudolenta.

Ieri all’interno del parco Baia del Re, gli agenti della polizia hanno sottoposto a controllo un cittadino stranierodi 29 anni , in regola col permesso di soggiorno, originario del Bangladesh, che è stato trovato in possesso di un frammento di hashish. E’ stato segnalato al prefetto come consumatore.




Focacce, canestrelli e tanta tenacia. La ricetta del successo della famiglia Traverso che fa impresa ad Ottone

Nuova puntata della rubrica l’Azienda del mese nata dalla collaborazione editoriale fra QuotidianoPiacenzaOnline e Confcommercio Piacenza. Come sempre il nostro giornale cerca di farvi conoscere più da vicino realtà storiche o di particolare interesse fra quelle iscritte all’associazione di strada Bobbiese.

Le radici di Alessandro Traverso affondano in quella Genova a ridosso del centro storico, nella zona di Marassi, nota per la presenza dello stadio, e di San Fruttuoso. Fin da giovanissimo però è stato forte il legame che Traverso ha avuto con quella parte di Val Trebbia ligure, al confine con il piacentino. Nonni e genitori provenivano da Casanova di Rovegno e Torriglia, zone che l’imprenditore si trovò a frequentare da bambino. Una volta diventato adolescente, intorno ai 15 anni, d’estate saliva in montagna e si rimboccava le maniche per lavorare come garzone in una panetteria. L’arte bianca ha del resto sempre fatto parte del suo DNA, trasmessagli in buona parta dalla nonna insieme alle ricette di biscotti e frolle.

«A Torriglia si facevano i canestrelletti, le paste frolle che sono una tradizione di tutta la Liguria, mentre nel piacentino lo sono il buslan e il buslânein. Allora si cucinava con quello che c’era, che veniva autoprodotto, dal latte alle uova. Non esistevano ancora le merendine del Mulino Bianco. La nonna mi ha insegnato tanto e probabilmente mi ha “contagiato” con la passione per la Val Trebbia».

Tanto che ha deciso di trasferirsi ad Ottone giovanissimo

«Ottone mi piaceva come posto. Era un paese vivo, con tanto turismo. A 22 anni ho deciso di aprire un supermercato in quello che era stato il garage delle corriere e che era ormai dismesso. Era il 18 giungo del 1990. Ottone stava ancora vivendo un momento molto positivo. C’era turismo praticamente tutto l’anno, non solo d’estate. A parte gennaio, febbraio e marzo, che erano un po’ più tranquilli, si lavorava sempre. C’erano tante fiere che a loro volta creavano movimento e portavano persone. C’erano negozi. Pian piano ho conquistato la fiducia di abitanti e villeggianti. Allora l’insegna era quella di Bon Merck. Negli anni l’attività è cresciuta ed ho aggiunto il reparto macelleria, un laboratorio di panetteria e pasticceria, una pizzeria ed una gelateria». 

Da allora ad oggi, cosa è cambiato?

«Purtroppo il turismo nei nostri appennini è andato progressivamente calando ed ormai è concentrato solo nei mesi estivi centrali. In più tutta la montagna ha vissuto una forte spopolamento. Quindi abbiamo dovuto pensare a come reinventarci».

Su cosa avete puntato?

«Abbiamo creato una linea di prodotti da forno confezionati, legata proprio alle tradizioni del passato. Abbiamo incominciato a produrre artigianalmente biscotti e a venderli ai bar delle zone limitrofe. E’ nato il marchio Antico Mulino d’Ottone, con l’idea di valorizzare quel mulino antico, originariamente dei Doria, che aveva funzionato fino agli anni ’60 e che era uno dei simboli del paese. Aveva due ruote e quella più bassa veniva utilizzata per macinare la farina delle castagne locali. Per riassumere, ci siamo reinventati».

Una scommessa che ha funzionato?

«Un tempo l’attività trainante era il supermercato. Oggi l’attività di punta è proprio questa dei prodotti da forno; richiede tanto lavoro e tanta fatica ma ci dà anche soddisfazione. Nel complesso in azienda lavoriamo in otto. Ci sono io e c’è mia moglie Patrizia che mi affianca e mi sostiene fin dal 1990. Poi ci sono i miei figli Davide (27 anni) e Daniel (23 anni), c’è mia nuora Sara, ora in maternità, c’è un’apprendista di Ottone e le nostre collaboratrici tutte provenienti da paesi limitrofi».

Oltre ai canestrelli, di cui ci ha detto, quali sono i vostri prodotti di punta?

«Innanzitutto mi preme dire che usiamo ingredienti che selezioniamo con cura e che provengono, il più possibile, dal territorio locale. Oltre ai canestrelli abbiamo i baciotti (baci di dama), i cuoriciotti con le gocce di cioccolato, le colombe artigianali, il pandolce con pinoli, uvetta ed arancio candito, come vuole la tradizione e per Natale non possono mancare il nostro PanOttone ed il torrone che facciamo a mano con mandorle, nocciole, pistacchi che tostiamo personalmente e aggiungiamo ancora caldi all’impasto e con il miele millefiori del territorio».

Avete anche una linea di prodotti salati?

«Abbiamo inserito i rametti, che sono dei grissini realizzati principalmente con farina di Tritordeum e che sono rigorosamente tagliati a mano. Un ottimo snack per l’aperitivo magari abbinati ad un bicchiere di Ortrugo e a un tagliere di salame coppa e pancetta piacentina. Poi ci sono le nostre schiacciatine che si ispirano ad un’antica ricetta del Tigullio ligure e che noi abbiamo portato in Alta Val Trebbia. Potremmo raccontarle come una  rivisitazione della galletta, un cracker secco che sta avendo molto successo. In più produciamo pane e focaccia fresca, anche questa realizzata secondo ricette liguri».

Prodotti che vendete dove, oltre che nel vostro supermercato?

«Torniamo a quando dicevo prima.  Una volta in montagna la gente stava bene. Poi c’è stato lo spopolamento. Tutto è distante. Fare impresa qui non è facile soprattutto se uno ci tiene a lavorare nella piena legalità, con i dipendenti in regola, rispettando le norme. Quindi se la gente non viene in montagna, noi portiamo i nostri prodotti in città. Ogni giorno facciamo circa 300 chilometri partendo da Ottone per rifornire i supermercati Coop e Conad di Piacenza,  Bobbio, Podenzano, San Giorgio, Ponte dell’Olio Borgonovo, Gragnano. E’ complesso riuscirci anche per i tanti cantieri che ci sono, con relativi semafori e code. Questo implica che dobbiamo panificare molto presto per poter consegnare al mattino. Nel pomeriggio facciamo gli impasti con il lievito madre e poi la lavorazione prosegue durante la sera e a mezzanotte cuociamo. Al mattino prestissimo partiamo per le consegne».

I suoi figli di cosa si occupano?

«Tutti sappiamo fare un po’ tutto, anche perché l’azienda sta crescendo e dobbiamo supportare questa fase. Daniel è specializzato nella pasticceria mentre Davide segue la panificazione ed in estate si occupa del bar gelateria».

Quindi il bar gelateria e la pizzeria sono aperti solo nel periodo estivo?

«Si. Abbiamo anche un giardino che è davvero un ambiente ideale per un aperitivo. D’inverno il paese, almeno durante la settimana, è quasi deserto. Restiamo aperti tutto l’anno con il supermercato che oggi è affiliato CRAI. Abbiamo il reparto macelleria, ortofrutta, salumi e la cantina dei vini. Sono molto orgoglioso del lavoro fatto in questi 34 anni. Lo definirei una chicca. Ho fatto investimenti notevoli: abbiamo il gruppo elettrogeno e quello di continuità; ogni reparto ha le sue celle frigorifere dedicate per lo stoccaggio delle merci; c’è un sistema di videosorveglianza capillare. A fianco abbiamo il laboratorio e le altre attività per un totale di circa 500 metri quadri. Avrei necessità di espandermi ma non è facile riuscire a trovare ed acquistare il giusto spazio».

Come riesce a gestire i picchi di lavoro d’estate?

«E’ molto complicato. Ci rimbocchiamo le maniche anche perché non trovo tutto il personale che mi servirebbe. Sono pochi i ragazzi disposti a lavorare, soprattutto il sabato e la domenica che però, come potete immaginare, sono il momento clou. Non voglio generalizzare ma ho l’impressione che manchi quella voglia di lavorare, quel senso di sacrificio che avevamo noi quando eravamo ragazzi, quando, adolescente, salivo in queste valli da Genova per guadagnare qualche soldino. Mi sbaglierò ma imparare un po’ di sacrificio dovrebbe essere fondamentale nel percorso di crescita di un giovane adulto». 

Davanti alle tante difficoltà che ci ha raccontato non le è mai venuta voglia di mollare la montagna e di spostare la sua attività a Piacenza?

«Vivere in montagna è un privilegio. Certo, fare imprese in un appennino senza strade né servizi non è facile. Però vivere in un contesto come questo è – per me – impagabile. Me lo ripeto ogni volta che scendo in pianura per le consegne e appena passato Rivergaro incappo nella nebbia …. Il compromesso che ho trovato è stato quello di portare il frutto dalla mia impresa in città. Il riscontro è stato più che positivo perché sono tante le persone che sono alla ricerca di cibi e sapori del passato e di qualità. Forse non si può tornare indietro e ripopolare la montagna ma non si può nemmeno perdere la nostra cultura enogastronomica. In Italia ogni paese ha le sue tradizioni, i sui dialetti, le sue ricette. Io sono una piccola goccia che scende dall’Appennino e che contribuisce a mantenere proprio parte di queste tradizioni».

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Vasco Elmadhi era destinato alla carriera militare ed invece è diventato il numero uno dei sarti piacentini

Nuova puntata della rubrica l’Azienda del mese nata dalla collaborazione editoriale fra QuotidianoPiacenzaOnline e Confcommercio Piacenza. Come sempre il nostro giornale cerca di farvi conoscere più da vicino realtà storiche o di particolare interesse fra quelle iscritte all’associazione di strada Bobbiese.

Il destino di Vasip Elmadhi sembrava già scritto e da giovane studente al secondo anno dell’accademia militare, aveva davanti a sé un futuro come ufficiale dell’esercito albanese. La caduta del regime di Enver Hoxha nel 1991 però cambiò totalmente le carte in tavola ed il 24enne, insieme a tanti connazionali, decise di avventurarsi verso l’ignoto, nella speranza di trovare migliori opportunità rispetto alla madrepatria. Salì su una delle tante navi di profughi, sbarcò a Brindisi e dopo tre mesi in un campo fu indirizzato verso l’Emilia-Romagna e nello specifico a Piacenza. Non parlava l’italiano, non conosceva la nostra cultura né il nostro modo di vivere. Gli inizi furono difficili ma l’accoglienza funzionò e dopo pochi mesi dalla partenza iniziò a lavorare alla Paver. Un’attività fisicamente impegnativa per Vasip che non era (e non è) un colosso. Gli servì però per ambientarsi ed avere un po’ di indipendenza economica. Intanto si guardava attorno con l’idea di mettere in gioco un’arte che aveva appreso dalla madre e che era per lui sempre stata una passione, la sartoria; da studente spesso confezionava pantaloni per gli amici.  Presentò svariate domande ed alla fine fu assunto dalla ditta Dodici di Ponte dell’Olio, specializzata nel confezionamento di abiti e con un importante portafoglio clienti.

«Rimasi con loro quattro anni. Divenni un vero e proprio jolly. Lavoravo nel reparto cucitura ma anche nel taglio dei modelli e allo stiro. Nel frattempo però maturavo l’idea di mettermi in proprio. Quando mi capitava di andare a fare shopping di abbigliamento con mia moglie mi informavo su come gestissero i negozi le modifiche, come facessero ad accorciare un pantalone, le maniche di una camicia. Capii che c’era spazio per aprire un’attività che si occupasse proprio di fare questi piccoli lavori di riparazione sartoriale. Ne parlai anche con un fornitore di macchinari dell’azienda dove lavoravo e lui mi confermò che l’idea a cui puntavo aveva un senso. Anzi mi garantì che mi avrebbe appoggiato fornendomi le prime attrezzature. Mi misi alla ricerca di un negozio. Non fu semplice anche perché quando sentivano che ero straniero molti proprietari si tiravano indietro. Per qualche piacentino diffidente ce ne sono però stati tanti altri generosi. Fra questi la mia vicina di casa che mi fece da garante. Nel 1999 iniziò l’avventura in un piccolo spazio proprio di fronte all’Albergo Roma. Altri piacentini – a cui dico davvero grazie di cuore – mi diedero fiducia e divennero miei clienti. Allora non c’erano i social ma solamente il passaparola che funzionò molto bene».

Sua moglie Rosy la affiancò subito in questa avventura?

«Assolutamente sì. Ha sempre appoggiato le mie idee, anche quando sbagliavo. Venticinque anni fa non avevo un tesoretto, soldi da parte, mi potevo solo giocare il mio TFR. Per dare alla mia famiglia qualche sicurezza in più facevo il doppio lavoro: di giorno in sartoria e alla sera cameriere in una pizzeria. Nostra figlia aveva un anno. Rosy intanto nel nuovo negozio faceva la commessa, si occupava delle consegne, mi dava una mano, mi sosteneva».

Le cose, per fortuna, sono andate bene.

«I clienti ed il lavoro sono cresciuti. Abbiamo dovuto assumere anche i primi dipendenti e abbiamo preso un locale più grande, in via Cavour,  adatto per noi che ci lavoravamo e per le attrezzature necessarie. Abbiamo incominciato ad affiancare all’attività di sartoria quella di vendita d’abbigliamento di alta qualità, sia per uomo sia per donna. Era una passione che avevamo sempre avuto e che abbiamo concretizzato.  Non è stato facile ma siamo riusciti ad avere marchi come Corneliani, Karl Lagerfeld, Max Mara che ci hanno dato fiducia. Ancora oggi proponiamo capi di uso quotidiano, da ufficio, da cerimonia ed anche per il tempo libero. Più che ai marchi in sé abbiamo guardato al livello di qualità che doveva essere in linea con lo stile ed il livello della nostra attività sartoriale. C’è una cosa di cui sono orgoglioso: un cliente entra da noi per sistemare un abito confezionato in fabbrica … e alla fine esce con un abito sartoriale, tagliato sul suo fisico».

Ormai ha cinquantasette anni e trentatré li ha vissuti all’ombra del Gotico. Tutti la chiamano Vasco ed il suo accento è più piacentino che schipetaro. La sua attività è cambiata tanto rispetto agli inizi.

«Decisamente. Siamo in cinque a lavorare: io, mia moglie più altre tre persone in sartoria.  Abbiamo questo negozio su due piani in piazza Cavalli con l’esposizione a piano terra e la sartoria al primo piano. Però non è tutto migliorato. Per certi aspetti era più facile prima, anni fa. Oggi avere un’attività commerciale è complicato. Dopo il Covid alcune spese fisse sono schizzate alle stelle. Gli affitti sono molto alti, il costo del lavoro anche, eppure gli stipendi degli italiani non sono andati di pari passo, anzi. La gente è più attenta nello spendere, cerca ancora la qualità ma vorrebbe contenere l’esborso. Da ultimo da quando hanno introdotto l’APU, la zona pedonale con le telecamere qui in piazza, abbiamo perso alcuni clienti. Erano abituati ad attendere le 19 con l’apertura della ZTL e venivano in macchina per caricare i vestiti. Adesso non sanno dove lasciare la macchina, non ci sono parcheggi vicini. Per fortuna abbiamo un giro consolidato, fatto di persone che abitano o lavorano in centro. Però con queste scelte anziché aiutarci …. Ci salva il fatto che lavoriamo come pochi sanno fare. Noi la manica di una giacca la accorciamo smontandola e sistemandola dalla spalla. Ci vogliono molto più tempo e capacità tecnica ma è l’unico modo per fare un buon lavoro e non far vedere la modifica. Inoltre siamo un punto di riferimento per gran parte dei negozi di abbigliamento della città che ci affidano le modifiche ai capi venduti. Insomma un lavoro che mi continua a dare tante soddisfazioni. I miei dipendenti sono con me da anni, siamo un bel team. Adesso sono anche docente in alcuni corsi regionali di formazione organizzati da Irecoop».

Questo il presente. Per il futuro crede che i vostri figli continueranno l’attività?

«Mai dire mai. Per ora abbiamo voluto che studiassero ed avessero una formazione universitaria. Sara, 26 anni, ha conseguito la triennale in economia e la magistrale in diritto tributario e lavora in una multinazionale di servizi alle aziende, a Milano. Matteo, 23 anni sta frequentando un corso di laurea quinquennale in diritto ed economia. Il domani … si vedrà».

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