Arte come risorsa educativa, l’esperienza dei bambini nel servizio Edugate alla mostra di Bruzzi

Dallo scorso anno educativo, i bambini che frequentano il servizio comunale Edugate – polo scolastico per l’infanzia di via Sbolli, partecipano a un percorso didattico mirato a utilizzare l’arte come esperienza e risorsa educativa, che nei mesi scorsi li ha già portati alla Galleria d’arte moderna Ricci Oddi.
Stamani, grazie alla disponibilità di Confindustria, hanno avuto l’opportunità di visitare presso la sede dell’associazione in via IV Novembre la mostra del pittore piacentino Stefano Bruzzi, alla presenza dell’assessore ai Servizi Sociali Federica Sgorbati. Il progetto è condiviso con i genitori che, anche in questa occasione, hanno partecipato alla visita accompagnando i loro bambini.
Per preparare la classe all’esperienza, gli insegnanti hanno narrato le immagini del catalogo utilizzando una metodologia interattiva adatta a stimolare la capacità di osservare i particolari, di esprimere le proprie emozioni e la propria visione del mondo. L’incontro dal vivo con l’arte è sostenuto dalle Indicazioni Nazionali per la scuola dell’infanzia, al fine di migliorare le capacità percettive dei bambini, coltivare il piacere delle esperienze dirette insieme alla coscienza storica del patrimonio culturale.
L’Unesco considera l’educazione artistica come un “diritto umano universale”, che gioca un ruolo chiave in una formazione completa. Nella frenesia quotidiana, sottolineano le coordinatrici pedagogiche, dove le immagini dei cellulari, dei tablet e della TV corrono veloci come il nostro tempo, fermarsi a contemplare un quadro porta bambini e adulti in un’altra dimensione, dove sono in gioco empatia, sensazioni, emozioni ed estetica. (Foto Carlo Pagani)




Ciclo ARTE FUORI, ultimo appuntamento sulla “Publiart” in Fondazione

Mercoledì 21 novembre 2018 alle ore 17.30, presso l’Auditorium della Fondazione Piacenza e Vigevano, Alessandra Pioselli (*) autrice del libro “L’arte urbana nello spazio” dialogherà con Cristina Casero su “Publiart in Italia dal ’68 ad oggi” E’ il quarto ed ultimo appuntamento del ciclo di conferenze dal titolo “ARTE FUORI, l’arte del ’68 a Piacenza ed in Italia” curato da Cristina Casero e Jennifer Malvezzi in collaborazione con il Laboratorio di Alberto Esse con il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano.

Arte pubblica: termine che evoca esperienze molto diverse fra loro, dalle operazioni politiche ad altre più ludiche, progetti di trasformazione effimera di luoghi e paesaggi, azioni partecipative, piccoli gesti quotidiani portati all’aperto, forme di esplorazione attiva dei territori. Ma qual è stata la via italiana a questa pratica artistica? Gli artisti hanno seguito molteplici strade, reinventando il rapporto con lo spazio e con il pubblico all’interno della dimensione urbana. Alessandra Pioselli sceglie come punto di partenza il 1968, con il suo peculiare bagaglio critico ed espressivo, e lo colloca sullo sfondo delle vicende politiche ed economiche italiane. Gli artisti escono nella città, contestano, ironizzano, si calano nel sociale e si fanno voce di un’incalzante energia collettiva. Dai temi della lotta per la casa e per il lavoro discende una mappatura fatta di luoghi forse periferici ma nevralgici, di azioni militanti e di riletture “altre” del concetto di bene culturale. Lungo gli anni settanta, poi, il ruolo di animatori quali Enrico Crispolti, Riccardo Dalisi, Ugo La Pietra e altri fa da contrappunto a quello di gruppi come il Collettivo Autonomo di Porta Ticinese o il Laboratorio di Comunicazione Militante a Milano, che declinano in chiave non autoriale il tema della protesta e della militanza: la scultura ambientale si diffonde con una rinnovata funzione civica. Tramontata la stagione della partecipazione popolare, con gli anni ottanta il fronte si frantuma e si differenzia…

Alessandra Pioselli è critico, curatore d’arte contemporanea e direttore dell’Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo. È docente di Storia dell’arte contemporanea presso la stessa Accademia e di arte pubblica presso il Master in economia e management dell’arte e dei beni culturali del Sole24Ore (Milano). Collabora con la rivista Artforum (New York).




Successo per la 19° edizione di “Arte in Vigolzone”

Una ventina di artisti piacentini e non si sono dati appuntamento ad “Arte in Vigolzone”, consueto appuntamento delle serate estive quest’anno dedicato a Stefano Fugazza e Paolo Perotti. L’esposizione, ospitata nello splendido oratorio del castello del paese, eccezionalmente aperto per l’occasione, ha dato modo agli artisti di dare sfoggio della propria bravura davanti a un pubblico esperto.

Sono state esposte opere di Elena Cavanna, Graziella Corbellini, Liliana Cravedi, Colomba Forlini, Carlotta Ghetti, Martina Ghetti, Giuseppe Maffi, Guido Maggipinto, Enrico Pasquali, Barbara Pennini, PaoloPerotti, Anna Rebecchi, Andrea Rossi, Paolo Negri, Fede Rossi e Michele Stragliati.




Da Jus e(s)t Ars a Custos, arte e diritto assieme in una mostra in Cattolica

In due mondi apparentemente distanti come possono esserlo arte e giurisprudenza possono convergere analogie, come è il caso delle miniature, che raffiguravano in modo semplice le norme che avevano valenza giuridica. La mostra “Da Jus E(s)t Ars a Custos” è questo e molto altro, come hanno spiegato ieri in Cattolica il prof. Chizzoniti, docente di diritto ecclesiastico presso la stessa Università, il vescovo Gianni Ambrosio, Cecilia de Carli, docente di Scienze della Formazione all’Università Cattolica di Milano, don Roberto Maier, docente di Teologia presso l’Università di via Emilia Parmense e il sindaco di Piacenza Patrizia Barbieri.

Il vescovo Gianni Ambrosio ha evidenziato come “il diritto ha la missione di rendere la vita disponibile per tutti, perché la vita diventi godibile per tutti. Una certa forma è necessaria per essere apprezzata. L’arte aiuta il diritto, che da solo è inadeguato a descrivere il mistero della vita, in cui convergono sentimenti che non possono essere accolti in uno spazio giuridico”. “C’è un forte bisogno di tramandare – ha proseguito -, perché non venga meno ciò che è stato. Ho avuto il piacere di comprendere questo fatto nel pellegrinaggio fatto recentemente in Armenia, dove la lingua è tramandata e custodita con cura”.

“Possiamo declinare il senso dell’arte dall’analogico al digitale – ha sottolineato Chizzoniti -, ponendo come base dell’analisi 3 parole fondamentali: parole, contesto, senso. C’è qualcosa di più della tensione a contenuti etici. Piacenza è un luogo pieno di ricchezze non solo a livello locale o nazionale, ma internazionale”. Soffermandosi poi sull’opera “Poetario Blu” di Giorgio Milani e poi sul “Concerto muto” di Laura Pitscheider ha sottolineato come sia possibile “creare un percorso identitario per chi si avvia all’arte dl diritto attraverso espressioni artistiche che mettono in comunicazione piani disallineati, che possa mostrare anche un’analisi spaziale. Un itinerario di 9 tappe dedicato a chi, come gli studenti dell’Università, si accosta alla Giurisprudenza”.

Un legame, quello tra gli studenti, l’Università e il territorio rimarcato anche nelle parole del sindaco Barbieri. “Chi frequenta i locali dell’Università come studente può trarre grandi spunti. Noi abbiamo la fortuna di avere un vescovo che ha concesso grandi doni alla città di Piacenza (come il Guercino e la mostra sui Misteri della Cattedrale), e l’Università Cattolica organizzando questi eventi lega ancora di più il proprio nome accademico al territorio. È una realtà, quella universitaria che prometto di sostenere sempre più in futuro”.

La mostra “Ius e(s)t Ars. Un itinerario tra arte e diritto” allestita in Università Cattolica raccoglie numerose opere di artisti contemporanei, tra maestri affermati (Giovanni Campus, Osvaldo e Valdi Spagnulo, i citati Giorgio Milani e Laura Pitscheider, Elena Pugliese) e giovani emergenti (Benito Ligotti, Elena Canavese).

Cecilia de Carli ha sottolineato l’importanza di collocare la mostra in un luogo “vissuto”. “Questo tipo di consapevolezza credo possa essere una pista importante da seguire. La contemporaneità ci porta ad essere in difficoltà, senza riferimenti precisi. Le norme ci aiutano, regolano il passato, il presente ed il futuro”.

Maier ha improntato la sua analisi sulle opere: “Che cosa rimane per giudicare un’opera? La nobiltà del gesto, la sua semplicità e la precisione. Nobiltà che può essere declinata in tecnica e capacità narrativa. Nella costruzione di questo percorso è stato creato un tessuto artistico tra varie realtà che è stato molto bello, ci siamo appassionati molto”.

In conclusione di convegno, i presnti si sono recati alla visita di “Custos” all’interno della Cattedrale di Piacenza. Manuel Ferrari ha illustrato i codici presenti assiem a Carlo Francou. 

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Sgarbi: “Non c’è nulla di più vicino a Dio di una Cupola”

Dimenticate lo showman della tv, Vittorio Sgarbi nella Basilica di Santa Maria di Campagna questa mattina ha tenuto una vera e propria lezione sul significato dell’arte toccando molti temi trasversalmente collegati, ma avendo come filo conduttore sempre il Pordenone, l’artista protagonista della Salita resa possibile da Banca di Piacenza (presente con il sempreverde Corrado Sforza Fogliani).

“Il nome del Pordenone sta diventando consueto – considera Sgarbi -, nonostante la sua opera sia pregevole, gli viene riconosciuto un merito tardivo a causa di una alfabetizzazione artistica molto fragile, se ne parla poco a scuola, a causa anche di una visione dell’arte un po’ idealistica”. Nel suo discorso poi entra in scena la Cupola, che considera come la “presenza stessa di Dio nella vita dell’uomo, in quanto è ciò che più gli si avvicina. In molte chiese non è presente questa vita celeste sopra di noi, colpa dell’architettura e segno del relativismo imperante. La cultura in passato era legata al Cristianesimo, non c’era alternativa, anche oggi quelli che non credono sentono comunque l’imperio di Dio, nulla è più vicino a Dio dell’arte, essa rende più bello il mondo, espressione dello spirito dell’uomo”.

Sgarbi ripercorre le tappe che hanno portato Pordenone a Piacenza, passando dalle influenze di Giorgione e Mantegna passando da Roma, dove entra in contatto con Raffaello e Michelangelo. “Pordenone si può considerare il primo manierista padano. Egli segna come capitale della propria attività Piacenza, pur vedendo Venezia come miraggio e Roma come palestra per i propri studi pittorici”.

Uno sguardo poi viene posto sulla lingua italiana. “Sin da piccoli siamo abituati a leggere le poesie di Petrarca, di Boccaccio e altri perchè a scuola ci vengono insegnati. Ma in realtà nella vita di tutti i giorni a cosa servono? La poesia è la prova dello spirito che è dentro di noi. L’uomo tuttavia corrompe quella bellezza con le guerre, ma una parte di se è in grado di rendere più bello il mondo, di essere più vicini a Dio attraverso l’arte. Nessuno insegna Pordenone a scuola, eppure passano gli anni e quando si intravede la possibilità di creare turismo, conoscenza e ricerca, soprattutto nel dopoguerra, si recuperano questi artisti”.

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Al Liceo Cassinari inaugurazione dei locali riqualificati il 15 dicembre

Venerdì 15 Dicembre alle ore 14.30 al Liceo artistico “B. Cassinari” (in Via Scalabrini, 71 a Piacenza) sono in programma l’inaugurazione e la visita ai locali riqualificati dell’edificio, sottoposto a miglioramento antisismico.

I lavori, commissionati dal Seminario Vescovile, sono stati eseguiti con la supervisione della Provincia e la condivisione dell’Istituto.
L’importante operazione è stata resa possibile dal nuovo contratto di usufrutto fra il Seminario Vescovile (proprietario dell’immobile) e la Provincia, che sostituisce il precedente contratto di locazione.

Interverranno il Vescovo Mons. Gianni Ambrosio che benedirà i nuovi spazi, il presidente della Provincia Francesco Rolleri e il direttore generale Vittorio Silva.
Parteciperanno inoltre il dirigente scolastico Prof. Giovanni Tiberi e gli studenti presenti in sede, oltrechè Mons. Celso Dosi, Rettore del Seminario ed alcuni rappresentanti della ditta Edilvalla di Piacenza, esecutrice dei lavori.




Conferenza presso la Galleria Rcci Oddi il 5 novembre con Matteo Fochessati

La Galleria Ricci Oddi ospita domenica 5 novembre alle ore 10.45, nella Sala Sidoli, la conferenza di Matteo Fochessati che presenterà la mostra “Rubaldo Merello tra divisionismo e simbolismo” in corso a Palazzo Ducale di Genova, di cui è curatore insieme a Gianni Franzone.

All’esposizione genovese, visitabile fino al 4 febbraio 2018, la Galleria piacentina partecipa infatti con il dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo “Tramonto” o “Il roveto”, uno dei capolavori della Collezione Ricci Oddi.

La conferenza di presentazione della mostra Rubaldo Merello tra divisionismo e simbolismo introdurrà al pubblico l’artista ligure, contestualizzando la sua intensa produzione pittorica e plastica all’interno del variegato contesto di ricerca del suo tempo.

La sua pittura – strettamente legata alla singolare esperienza umana vissuta nel prolungato e volontario romitaggio nel borgo di San Fruttuoso – sarà infatti posta criticamente a confronto con le opere dei principali artisti italiani attivi tra divisionismo e simbolismo a cavallo tra Otto e Novecento: non solo quelli che influenzarono il suo peculiare stile pittorico e la sua significativa, ma meno nota, attività scultorea, come Segantini, Previati, Pellizza e Nomellini, ma anche quelli che con lui condivisero la temperie estetica dell’epoca o sui quali Merello esercitò, negli anni a venire, una più diretta influenza formale e iconografica.

Oltre a documentare l’attività grafica e scultorea dell’artista ligure e la sua partecipazione nel 1907 al Salon des Peintres Divisionnistes Italiens di Parigi, si farà inoltre accenno – prendendo spunto dall’incantato scenario naturalistico che fece da sfondo ai dipinti di Merello – a quel diffuso clima di scoperta della Riviera ligure, documento in mostra dalle fotografie del tedesco Alfred Noack.

La conferenza è ad ingresso libero fino ad esaurimento posti. Non è necessaria la prenotazione.

L’evento combacia con l’apertura gratuita del museo in occasione della prima domenica del mese: chi vorrà, dopo la conferenza, potrà quindi accedere liberamente alle sale della Galleria per la visita.

Info: Segreteria organizzativa Galleria Ricci Oddi: 0523/320742; info@riccioddi.it;
www.riccioddi.it




Aperitivo in Officina

Rielaborare un luogo – rispettarne il contenuto – integrarlo.

Domenica pomeriggio, in Vicolo del Guazzo, un nutrito gruppo di giovani piacentini ha partecipato all’Aperitivo in Officina, evento organizzato all’interno dell’ Ex Officina dei tram dai ragazzi dell’associazione culturale Propaganda 1984 (ancora con i capelli bagnati dal Bleech Festival, ndr), in collaborazione con la Galleria Il Lepre che all’interno del medesimo luogo ha allestito la mostra di arte contemporanea Territoria – Arte e archeologia industriale.

Uno scambio semplice, sincero e puntuale, che ha portato alla luce l’immenso potenziale dello spazio sopracitato: un luogo che si avvale di una ricerca estetica minimale e consumata, stimolato sia dal punto di vista visivo con le opere di Rigamonti, Boiardi, Buttarelli e Lucchesi, sia dal punto di vista uditivo con il live degli Hit-Kunle, band tropical-rock padovana.

Ciò che determina il successo di eventi come questo è l’assoluto rispetto del contenuto di uno spazio nel momento stesso della sua rielaborazione: vivere un luogo culturalmente significa accettare e rievocare la memoria che esso contiene, pur cambiando la destinazione della sua fruizione. Ed è così che la vecchia e semi-dimenticata officina diventa, oltre che uno spazio aggregativo domenicale, un veicolo attraverso cui restituire dignità alla sua memoria storica.

Poter ammirare le opere dei quattro artisti esposti, che si giostrano attraverso tre diverse tipologie di arti figurative – fotografia, pittura, scultura – inserite all’interno dello spazio in modo da non interferire con esso, ma da diventarne la naturale protesi concettuale, ha trasformato un semplice aperitivo autunnale nell’occasione di riscoperta di un passato. Passato, purtroppo, non ancora indagato a dovere; e quindi destinato, più o meno volontariamente, all’oblio.

Sia ben chiaro che questa tipologia di eventi dovrebbe essere considerata punto focale nello sviluppo culturale della città: incentivare l’interesse per una subcultura fruita (finalmente!) in modo diverso da come si è soliti fare, ovvero in modo libero e indipendente, sarebbe un grande passo in avanti per frenare Piacenza nella sua deriva, altrimenti incontrollata, in non luogo.

Ma fino a ora, come disse Marc Augé, “Ingannevoli o promettenti, le luci della città brillano ancora.”

(Foto per gentile concessione di B.Boselli)




Mura tra musica, sport e giornalismo racconta “Confesso che ho stonato”

Dimenticate Gianni Mura magnifico narratore delle ascese di qualche campione del ciclismo su una montagna del Tour de France o del Giro, dimenticate i racconti romantici di un campo di calcio. Ieri alla Biffi Arte durante la rassegna “L’Arte di Scrivere”, Mura ha mostrato il lato musicale di sé presentando “Confesso che ho stonato” (Feltrinelli), libro sul fascino che la canzone prevalentemente italiana ha esercitato sul giornalista milanese. A moderare Mauro Molinaroli e Giorgio Lambri. Mura

“Per scrivere il mio primo libro ho aspettato di avere 60 anni – ironizza -, forse sono un po’ pigro. Tra le cose che avevo in mente di fare all’inizio di questa avventura era una biografia su Sergio Endrigo. I giornalisti solitamente scelgono di scrivere di calciatori famosi, io avevo scelto un cantante di fama relativa”. La passione per il cantautore nato a Pola in Croazia viene dall’essenzialità dei suoi testi. “Spesso si vantava di non aver mai usato più di 2000 parole, riusciva a combinare una scrittura alta e al contempo popolare. Ci ha insegnato che per scrivere una bella canzone non servono parole auliche, lui stesso ne ha scritte di ogni genere partendo da quella d’amore, ha scritto per i bambini (Ci vuole un fiore, ndr), ha messo in musica dei testi di Pasolini. Purtroppo gli ultimi anni di vita li ha vissuti in un progressivo deterioramento fisico, soffriva di acufene”.

Il primo approccio di Mura col mondo musicale risale alla caserma. “Mio padre era maresciallo dei Carabinieri. Al tempo la televisione aveva un solo canale, che non proponeva granché di interessante, così grazie a loro ho imparato moltissime canzoni dialettali del Centro Sud e del Triveneto”.

Un altro capitolo del libro racconta la “vita spericolata” di un simbolo della musica come Edith Piaf. “Sembra scritta da uno sceneggiatore. Suo padre era un contorsionista e la madre una cantante. Il lavoro dei genitori non permetteva di allevare un figlio, così viene data in affidamento alla nonna, ammaestratrice di pulci, a cui importava poco di lei. Viene così affidata a un’altra nonna, che gestiva un bordello. Una mattina si sveglia ed è cieca, una delle ospiti del bordello la porta sulla tomba di Santa Teresa per chiedere di ridarle la vista. Questo spiega che il suo cantare era sofferenza pura. Con La vie en rose riscosse grande successo: fu pubblicata 6 mesi dopo che i tedeschi se ne andarono da Parigi, allora occupata. Era una canzone simbolica”.

Non poteva mancare durante l’intervista, un momento dedicato al calcio e all’accostamento scomodo con Gianni Brera. “Ho sempre cercato di distanziarmi da questo. Vedo nel mio modo di scrivere e nel suo grandissime differenze – ha sottolineato -, credo abbia influito più la somiglianza fisica e la passione comune per il vino rosso. Lui aveva 2 lauree e parlava fluentemente inglese, io no, ma da lui ho effettivamente imparato molto semplicemente guardandolo lavorare: mi ha insegnato ad andare controcorrente, a sbagliare in autonomia e soprattutto senza omologarsi alla massa”. Quest’ultimo aspetto tiene a sottolinearlo con vigore nella sua lectio giornalistica. “La cosa più stupida nel mestiere del giornalista è copiare uno stile altrui. Una volta c’era più cura nel modellare i giornalisti, io sono stato fortunato ad aver incontrato molte persone che mi hanno aiutato. Oggi un ragazzo che arriva in una redazione è assolutamente abbandonato a se stesso, se riesce ad arrivare in una redazione. Oggi, in particolare coi giornali online, vince il più veloce, e soprattutto non esiste quasi più la figura del correttore di bozze e la cernita delle notizie pubblicabili”.

“Il computer – continua – modifica il modo di scrivere, lo rende molto più ragionieristico. Scrivendo a macchina le parole sono molto più libere. Ai giovani d’oggi vengono fatti consumare i polpastrelli e gli occhi, per 12 ore al giorno”. Altro problema evidenziato da Mura riguarda la grafica di un giornale: “In passato gente come Brera consegnava cartelle che oggi sarebbero comparabili a 9000 caratteri, impensabile per un giornale di oggi, e sempre con una qualità eccelsa. Oggi gli spazi si sono ridotti per ingrossare i titoli dei giornali, cercando di stare al passo coi tempi di Internet”. Confesso, Mura, che c’è ancora chi usa il taccuino per scrivere i pezzi come questo.