Covid-19, l’andamento della pandemia nella nostra Provincia

Cinque nuovi positivi refertati nella provincia di Piacenza: è questo l’ultimo rilevamento comunicato dalla Regione Emilia Romagna nel consueto aggiornamento serale. Ancora una volta – sebbene sia abitudine consolidata, da parte della Regione, comunicare la provenienza solo in caso di numeri più importanti – non vi è alcuna indicazione della provenienza e del luogo di contagio relativamente alla nostra provincia. Un dato che faciliterebbe il ruolo dei cronisti e orienterebbe la consapevolezza della cittadinanza.

Su base nazionale la tendenza, ormai consolidata, è quella di un lento ma costante aumento dei nuovi positivi. La media giornaliera dei casi da tracciamento nelle ultime quattro settimane ha avuto questo andamento: 99, 125, 146, 220, quella degli screening 133, 153, 171, 216, e quella dei nuovi positivi totali 232, 278, 317, 436 (fonte Paolo Spada, Pillole di Ottimismo & Ministero della Sanità). Piccolo accenno di diminuzione in Emilia Romagna – sebbene occorrerà una conferma del trend nei prossimi sette giorni – dove nella settimana appena trascorsa la media dei casi giornalieri registrati è pari a 44 (erano 48 in quella precedente).

E in provincia di Piacenza? In questo contesto possiamo confrontare i dati relativi al 1 luglio con l’ultimo report disponibile, quello del 14 agosto. Questi dati comunicati alle amministrazioni locali racchiudono spesso una profondità di analisi maggiore rispetto a quella dei meri comunicati regionali: potrebbe essere davvero utile renderli fruibili a tutta la cittadinanza almeno con cadenza settimanale.

LA DISTRIBUZIONE DEI NUOVI CONTAGI

Tanto si è parlato e si parla del ruolo delle fasce più giovani nella diffusione del contagio. Vettori spesso inconsapevoli e talvolta colpevolizzati come untori spregiudicati in una recrudescenza di Medioevo 2.0. In assenza di un campione rappresentativo e significativo però occorre attenersi ai dati relativi alla ASL di Piacenza basandosi sui numeri.

Nella provincia, guardando alla fascia compresa tra gli 0 e i 17 anni, si è passati da un totale (dato che considera il totale da inizio rilevamento nello scorso febbraio) di 78 casi positivi agli attuali 87: i minori coprono quindi circa il 2% delle diagnosi complessive di positività al coronavirus con 9 casi in più refertati in un mese e mezzo.

Ad aumentare sono soprattutto i casi registrati nella fascia tra i 18 ed i 40 anni di età: in questo spettro, al primo di luglio erano 556 le positività refertate totali, oggi sono 624. Dei 140 nuovi casi complessivi – compresi tra 1 luglio e 14 agosto – sono ben 68 quelli riferibili a questa fascia di età che copre adolescenti e persone adulte.

L’ANDAMENTO DI TAMPONI E RICOVERI

Un altro tema piuttosto dibattuto è quello dei tamponi, unico strumento diagnostico al momento disponibile – sebbene la Regione stia investendo su test rapidi – per confermare la diagnosi di contagio da coronavirus. Il primo luglio i tamponi effettuati erano 58.793, oggi sono 85.383: in quarantacinque giorni sono quindi 26.590 i test sottoposti ai residenti in provincia. Pur considerando alcune oscillazioni la media è quella di 590 tamponi al giorno.

Relativamente ai ricoveri il dato attuale parla di 8 ricoverati nei reparti Covid e di 1 paziente in Terapia Intensiva: erano rispettivamente 53 e 4 il primo luglio scorso.

Risulta impossibile (ma qui l’anomalia è su base nazionale), in assenza di informazioni ulteriori, determinare quanti di questi ricoveri siano di data recente e quale sia il turnover in ingresso ed uscita dalle strutture ospedaliere.




All’alba della riapertura: la situazione dell’epidemia nella provincia di Piacenza

Un lunedì molto diverso a quello cui siamo stati abituati nei mesi precedenti, una giornata che sarà scandita da serrande che si rialzano e precauzioni scrupolose che dovranno ancora fare parte della nostra quotidianità.

La provincia di Piacenza arriva al nastro di partenza del 18 maggio facendo registrare 1.094 soggetti con malattia attiva (tutti i dati fanno riferimento a sabato 16 maggio) ed un totale complessivo, da inizio epidemia, di 2.371 pazienti guariti (di questi 470 sono guariti clinicamente e non presentano quindi sintomatologia riferibile alla malattia, 1.901 sono invece risultati negativi al doppio tampone di controllo). I tamponi eseguiti nella giornata di sabato sono stati 312 con una percentuale di positivi (cinque) sul totale dei refertati dell’1,6%. In totale dal 21 febbraio in tutto il territorio provinciale sono stati effettuati 33.373 tamponi.

Complessivamente, dall’inizio dell’epidemia, sono 4.415 i piacentini risultati positivi al CoVid-19. La fascia più colpita è quella compresa tra i 41 ed i 64 anni di età (1.593 casi, 36% del totale) mentre sono soltanto 74 (pari al 2% del totale) i minorenni diagnosticati con infezione da Coronavirus.

Su base regionale la nostra provincia risulta, a livello percentuale, quella più interessata dalla malattia come si può constatare anche dal grafico presentato nella giornata di sabato dall’Assessore alla Sanità, Raffaele Donini. Soltanto Bologna, provincia decisamente più popolosa, fa segnare un dato complessivo superiore. I dati oggetto della rappresentazione fanno riferimento al periodo temporale ricompreso tra il 25 marzo ed il 5 maggio:

Se la gran parte dei soggetti positivi sta proseguendo l’iter di cura domiciliare sono 219 i piacentini ricoverati in reparti CoVid con altri 24 pazienti in regime di Terapia Intensiva nella Azienda locale ed in altre della Regione. Il trend è quello di un calo lento ma costante a partire dal periodo compreso tra fine marzo ed inizio aprile quando il picco era stato di 717 pazienti (tra reparti CoVid e Terapia Intensiva) ricoverati con un enorme impatto anche sul Pronto Soccorso.




Baldino (Ausl) sul Coronavirus a Piacenzas: “situazione di remissione ma l’attenzione resti alta”

Il commisario straordinario del’Azienda Usl di Piacenza, Luca Baldino, in un breve video messaggio, fa  il punto sulla situazione Coronavirus a Piacenza.
Innanzitutto evidenzia  che tutti gli indicatori mostrano come siamo in una situazione di remissione, ma non di “contagi zero”. Quindi l’attenzione deve restare alta e costante, da parte di tutti. Nel suo messaggio, il direttore generale fa il punto sulle azioni che si stanno facendo sul fronte della sorveglianza.

Luca Baldino spiega anche come il sistema sia pronto per un’eventuale ondata, anche se ovviamente ci si augura che non avvenga un nuovo incremento di contagi e di accessi in ospedale per covid19.

Non ultimo, il direttore racconta come la sanità piacentina sta pensando di riattivare servizi, con un’attenzione imprescindibile alla sicurezza di utenti e operatori, dando la priorità a ciò che è più urgente.




Venturi: “Ieri a Piacenza solo 16 chiamate di ambulanze per Covid. Picco era 157”

Il commissario ad acta a margine dei dati sciorinati durante la sua diretta Facebook delle 17.30, ha voluto commentare la situazione di Piacenza, confrontando, come spesso ripete, le chiamate delle ambulanze.

“Confrontando le chiamate avute, mi sono permesso in autonomia di fare un raffronto col passato. Ieri abbiamo avuto solo 16 chiamate di ambulanze per Covid. Per trovare un dato uguale dobbiamo tornare al 24 febbraio, mentre il picco ci fu a marzo quando ci furono 157 chiamate. Il virus era arrivato a decuplicare le chiamate: pensate che situazione hanno affrontato a Piacenza e provincia. Oggi ritorniamo quasi alla situazione di inizio epidemia”.

Venturi ha inoltre sottolineato l’importanza dei test sierologici, confermando che questi “saranno disponibili per il pubblico tra una decina di giorni, si potranno vedere all’interno dei laboratori privati. Non è comunque risolutivo il test, perchè va fatto e rifatto”.

Continua poi il raffronto col passato, questa volta sui tamponi: “All’inizio facevano 2500 tamponi a settimana, oggi ne facciamo 30 mila, e probabilmente ne faremo 100 mila tra poco. Bisogna rendersi conto che a volte che non c’è la responsabilità di nessuno in merito alla cura della malattia, perchè non c’era abbastanza conoscenza del virus. Spero che ci ricorderemo tutti quanto di buono è stato fatto dal Servizio Sanitario Nazionale”.




Una nuova speranza per la gestione dei pazienti affetti da Covid viene da uno studio piacentino

Nuovi strumenti per sconfiggere il Coronavirus. Da uno studio piacentino pubblicato sulla rivista Usa “Radiology” dalla Radiologia dell’Ospedale vengono messi a confronto a confronto i dati delle Tac e le informazioni del paziente, valutando la porzione sana del polmone, i medici forniscono ai colleghi di tutto il mondo indicazioni utili a capire se la persona peggiorerà o meno evitando di sottovalutare i casi dai sintomi lievi.

In collegamento Facebook sulla pagina della Regione Emilia Romagna tutta la soddisfazione dell’equipe. “Un lavoro che vorrei condividere con tutti i medici degli Ospedali periferici – spiega il primario di Radiologia Michieletti -, la cosa che ci ha fatto pensare di avere in mano qualcosa di importante è stato quando è stata resa nota la notizia negli USA dall’Editor in Chief di Radiology. La semplicità è stata la peculiarità del lavoro”.

“Esprimo enorme ringraziamento – ha sottolineato l’assessore Donini – all’Ospedale di Piacenza per essere diventato un punto di riferimento a livello internazionale. Piacenza è stata investita da un’ondata epidemica senza precedenti. Tutte le volte che sono a Piacenza non posso che stringermi alle famiglie che hanno perso un famigliare, per far arrivare l’abbraccio della Regione Emilia Romagna. Ma oggi possiamo dire alla comunità internazionale che da Piacenza non solo è stato retto l’urto, ma sono stati messi a frutto esperienze per rispondere a domande che i medici ricevono continuamente dai pazienti: quale è la gravità della mia malattia?”.

Una condizione di vantaggio nella valutazione del percorso terapeutico, che parte da Piacenza dunque. Con risorse aggiuntive messe a disposizione dalla Regione per la ricerca.

Lo studio: rischio reale del paziente e percorso più idoneo 

Quando in ospedale arriva un paziente affetto da Covid-19, è difficile stabilire a priori come potrà evolvere il suo stato. Potrebbe avere una sintomatologia lieve, simile a un’influenza, o arrivare invece a sviluppare una polmonite grave con insufficienza respiratoria. In questo secondo caso, la permanenza in ospedale è fondamentale, perché la persona potrebbe aver bisogno di essere intubata e ricoverata in terapia intensiva. Ma come distinguere una possibile prognosi dall’altra? “In tutto il mondo- spiega il primario di Radiologia, dottor Michieletti- e soprattutto, oggi, nel continente americano, il numero delle persone che accedono all’ospedale è troppo alto rispetto alle opportunità di ricovero. È quindi fondamentale scegliere: ci siamo chiesti quali indicazioni fossero utili per selezionare coloro che possono essere curati in sicurezza al domicilio dai pazienti che, invece, è meglio tenere in ospedale. Abbiamo cercato di mettere subito a disposizione la nostra difficilissima esperienza in prima linea delle scorse settimane perché potesse essere utile a quanti stanno affrontando le stesse criticità solo in questa fase”.

L’analisi rigorosa dei casi locali 

“Abbiamo passato in rassegna il quadro radiologico e clinico di 236 nostri pazienti- racconta il radiologo Davide Colombi-. Piacenza, così duramente colpita della diffusione della malattia da SARS-CoV-2, purtroppo ha potuto fornire una casistica scientificamente rilevante. Abbiamo lavorato con il maggior rigore possibile, per far emergere elementi utili al confronto”. L’équipe del dottor Michieletti ha preso in esame, per ogni caso, la porzione di polmone sana, risparmiata dalla polmonite, e ha “incrociato” la valutazione fatta con la Tac con altre caratteristiche del paziente: età, presenza di altre patologie e valori riscontrati con gli esami del sangue. Questo ha consentito di mettere a fuoco indicazioni cliniche pratiche per prevedere la prognosi più probabile della persona positiva.

Le conclusioni dello studio 

L’integrazione tra queste informazioni permette di migliorare la gestione e la presa in cura del malato: può infatti contribuire a individuare quei pazienti che, nonostante abbiano una discreta percentuale di volume polmonare sano, dovrebbero essere monitorati perché sono da considerare a rischio proprio in considerazione degli elementi raccolti. “Queste indicazioni- conclude Michieletti- consentiranno di evitare di dimettere persone con sintomi lievi che invece, con tutta probabilità, andranno incontro a un peggioramento grave e rapido delle proprie condizioni”.

La pubblicazione americana 

“Lo studio, accettato per la pubblicazione sulla rivista americana Radiology dopo una dettagliata revisione- sottolinea il direttore generale dell’Ausl di Piacenza, Luca Baldino- apre nuovi scenari per la gestione dei pazienti Covid-19 che accedono in ospedale. La portata del lavoro della nostra équipe e la ricaduta pratica, soprattutto negli Stati Uniti, è facilmente intuibile. Basti pensare che nella sola New York si registrano 4.500 nuovi casi positivi ogni giorno; gli ospedali non possono accoglierli tutti. Ecco perché la rivista Radiology ha pubblicato celermente lo studio e lo ha valorizzato attraverso tutti i propri canali di comunicazione. Non possiamo che essere orgogliosi dell’intuizione dei nostri radiologi e della loro capacità di mettere subito a disposizione del mondo scientifico mondiale i dati di quello che per noi è stato un momento altamente drammatico, con la speranza che altrove possano trarre profitto dalla nostra esperienza”.

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Dalla Radiologia di Piacenza uno studio per determinare subito la gravità del contagio da Covid

Una scoperta importantissima, annunciata dalla Radiologia e riportata dall’Azienda USL potrebbe dare speranze nello sconfiggere questa malattia che ormai da due mesi ci tiene bloccati.

Come fare a sapere se un paziente positivo al Covid19, in fase iniziale della malattia, deve restare in ospedale perché rischia di peggiorare velocemente o se, invece, è possibile e sicuro curarlo a casa? Molti clinici in tutto il mondo, in queste settimane, si sono fatti questa domanda. Una prima e importantissima risposta a livello internazionale arriva dall’ospedale di Piacenza che ha pubblicato in questi giorni uno studio sulla rivista americana Radiology, riferimento globale del settore.

Tutti i particolari domani (mercoledì 22 aprile) alle ore 11, in diretta sulla pagina Regione Emilia-Romagna: l’assessore alla Salute Raffaele Donini, il primario di Radiologia dell’ospedale di Piacenza Emanuele Michieletti e il direttore generale Ausl Luca Baldino racconteranno le conclusioni cui è giunto lo studio.
In particolare, mettendo a confronto i dati delle Tac e le informazioni del paziente, valutando la porzione sana del polmone, i medici forniscono ai colleghi di tutto il mondo indicazioni utili a capire se la persona peggiorerà o meno evitando di sottovalutare i casi dai sintomi lievi.  

http://www.facebook.com/AuslPc/photos/a.451326561626687/2923470957745556/?type=3&theater




Vendita online non autorizzata di farmaci per il COVID-19, l’Antitrust chiede ai giganti del web di attivarsi

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha deliberato di coinvolgere nuovamente i gestori dei principali motori di ricerca e browser (Google, Apple, Italiaonline, Microsoft , Verizon (Yahoo), Mozilla, DuckDuckGo) nel contrasto delle pratiche commerciali scorrette che fanno leva sull’emergenza sanitaria in atto.

Tale iniziativa fa seguito al monitoraggio della rete internet condotto dal Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza che ha individuato 361 URL corrispondenti a pagine web, banners o collegamenti ipertestuali introdotti malevolmente in siti riconducibili ad attività lecite, spesso di carattere medico o paramedico. Tali siti indirizzano verso una sessantina di “farmacie abusive” – sprovviste della necessaria autorizzazione alla vendita di farmaci on line – che promuovono e vendono medicinali con obbligo di ricetta, vantando una funzione curativa nei confronti del“Coronavirus”.

L’Autorità ha dunque deliberato di trasmettere la lista dei 361 URL ai gestori dei principali motori di ricerca e browser (Google, Apple, Italiaonline, Microsoft , Verizon (Yahoo), Mozilla, DuckDuckGo), invitandoli i) a rimuovere dai risultati di ricerca le URL segnalate e ii) a non indicizzare le URL contenenti collegamenti ai siti individuati come “farmacie abusive”.

Ad un precedente invito inoltrato dall’Autorità ai suddetti gestori per evitare la visualizzazione nei risultati di ricerca di pagine in cui si promuova illegalmente la vendita del farmaco “Kaletra”, oggetto di alcuni interventi cautelari da parte dell’Autorità, hanno dato tempestivo riscontro Apple, Google e ItaliaOnLine.

Nell’invito, da ultimo formulato, l’Autorità ha ricordato ai gestori che non hanno finora dato riscontro, che il prestatore dei servizi della società dell’informazione, ai sensi dell’art. 17 del D.Lgs. 70/2003, è civilmente responsabile del contenuto di tali servizi nel caso in cui non abbia agito prontamente per rimuovere l’accesso a detto contenuto, quando ciò è richiesto da un’autorità amministrativa avente funzioni di vigilanza.

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Come i piccoli Comuni della provincia affrontano il Coronavirus: il caso di Gazzola

Dalla consegna di alimenti e medicinali a persone anziane in difficoltà, alla distribuzione a domicilio di mascherine protettive. Sono questi alcuni dei compiti che, da oltre due mesi, dieci cittadini di Gazzola (PC) stanno svolgendo a favore della propria comunità. Un agguerrito gruppo di volontari che, da inizio marzo, ha prontamente risposto all’appello lanciato dal sindaco Simone Maserati.

I piccoli comuni della nostra provincia pur non essendo dotati di vere e proprie strutture di protezione civile hanno comunque trovato soluzioni alternative ma ugualmente efficaci per fronteggiare l’emergenza Coronavirus.

A Gazzola è stato istituito il Centro Operativo Comunale (C.O.C.), uno strumento previsto dalla direttiva del Dipartimento della Protezione Civile Nazionale utile per «adottare ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica». Ne fanno parte lo stesso sindaco Maserati ed il consigliere con delega alla sicurezza Guido Dotti che coordinano gli operatori e gli uffici comunali .

Su una popolazione di duemila abitanti (che diventano 4 mila conteggiando le abitazioni estive), con l’aiuto del gruppo di volontari, sono già state effettuate quattro distribuzioni di mascherine alla popolazione. Ogni volta, a ciascun nucleo famigliare, è stata consegnata, porta a porta, una busta contenente due maschere per un totale di 8 mila pezzi. Nei prossimi giorni dovrebbe avvenire una quinta distribuzione così da garantire a tutti gli abitanti una certa autonomia sia in questo periodo di quarantena sia nei primi giorni della fase due. Successivamente altre mascherine saranno lasciate a disposizione della popolazione presso la farmacia ed i negozi del territorio.

Una parte consistente delle mascherine è stata messa a disposizione dalla protezione Civile Regionale. Il Comune di Gazzola ha poi provveduto all’acquisto di ulteriori 4.000 pezzi, per integrare le forniture regionali (gratuite) e dare una risposta immediata alle necessità degli abitanti.

Allo stesso modo e sempre in ottica preventiva sono state effettuate due sanificazioni delle strade e dei marciapiedi dell’intero territorio comunale.

Il primo intervento ha visto il coinvolgimento di alcuni agricoltori del comune. Sia gli associati di Confagricoltura sia quelli di Coldiretti avevano dato la propria disponibilità ad intervenire, su richiesta dei primi cittadini della provincia, con trattori ed atomizzatori per la disinfezione delle aree urbane. L’amministrazione di Gazzola ha dunque pianificato un intervento, effettuato dai propri agricoltori, a cui è seguita una seconda sanificazione eseguita invece con mezzi di Iren.

La gestione dell’emergenza Covid ha anche visto la rapida distribuzione dei buoni alimentari per aiutare i nuclei famigliari in maggiore difficoltà. In tempi record il comune è riuscito ad assegnare gli 11 mila euro, provenienti dal Governo, per le famiglie bisognose. Sono stati predisposti buoni da 25 euro spendibili nei negozi convenzionati del paese. Ogni famiglia ha ricevuto fra i 150 ed i 300 euro in corrispondenti buoni.

Per far fronte alle spese derivanti dall’emergenza sanitaria la Giunta Comunale di Gazzola, attraverso una apposita delibera, ha deciso un primo stanziamento di 10 mila euro, ed è pronta a rendere disponibili ulteriori fondi qualora ve ne fosse l’esigenza.

Intano i volontari si sono occupati di fronteggiare anche situazioni “straordinarie” come il recupero di concittadini rimasti bloccati in altre zone d’Italia ed impossibilitate a rientrare autonomamente a casa o il recapito di medicine a cittadini residenti ma ricoverati presso strutture protette della provincia.

Con la progressiva ripartenza delle attività, prevista fra fine mese ed i primi di maggio, non è escluso che alcuni degli attuali volontari debbano riprendere la propria attività lavorativa ed abbiano meno tempo a disposizione da regalare alla comunità. Ci sono altri volontari pronti ad aiutare, perché, nonostante i momenti difficili e la paura del virus, la solidarietà a Gazzola vince sempre.




Immaginiamo il dopo cominciando adesso

Dopo anni di solitudine e di isolamento tra le terre selvagge del Nord Dakota e dell’Alaska, Christopher McCandless scriverà su uno dei suoi taccuini prima di morire che la felicità è autentica solo se condivisa. L’esperienza del protagonista raccontata nel film tratto dall’omonimo romanzo Into the Wild–Nelle terre selvagge, non ha sicuramente nulla a che vedere con la quarantena e il lockdown che stiamo vivendo, ma dopo aver cantato “Il cielo è sempre più blu” sui balconi, esserci abbuffati di serie tv, aperitivi in videochat, e dirette Instagram, ci siamo accorti che questo esorcismo non è più sufficiente a distrarci dalla paura, mentre fuori dalle nostre case nonostante il clima quasi estivo imperversa ancora una tempesta. Ce lo ha ricordato ancora una volta Papa Francesco con la forza della sua presenza durante il rito del Venerdì Santo in una Piazza San Pietro deserta da lasciare senza fiato anche Paolo Sorrentino.

La forza di volontà e la determinazione con cui abbiamo iniziato questa battaglia sentiamo che stanno vacillando, e che avremmo bisogno della condivisione delle nostre fatiche con gli altri: questo virus, privandoci delle relazioni, ci sta insegnando che delle relazioni non possiamo proprio fare a meno e che nessuno si salva da solo. Anche l’importante contributo delle neuroscienze negli ultimi anni ci ha dimostrato che la nostra mente è relazionale: cresce, evolve, si struttura, si definisce solo all’interno di relazioni e il benessere psichico possiamo trovarlo nell’incontro con l’altro. Le epidemie, oltre ad essere emergenze mediche, sono emergenze relazionali perché un virus per sopravvivere necessita di un contagio che si basa sulle relazioni: per limitare il virus abbiamo ormai capito che dobbiamo limitare le relazioni. Non abbiamo però idea di che cosa accada psicologicamente e socialmente quando si vive a lungo all’interno di un regime di quarantena che interessa non solo l’Italia, ma il mondo intero. La rivista Lancet ci viene in aiuto con un recente articolo in cui si descrivono gli effetti psicologici a lungo termine in seguito alla SARS tra il 2003 e il 2005: ne risulta che ancora dopo tre anni, essere passati dalla quarantena correla con sintomi di stress post traumatico (stati ansioso-depressivi, fobie sociali, aumento dei disturbi alimentari e delle dipendenze). La diffidenza relazionale e i timori del contatto sociale che stiamo sperimentando da quasi due mesi, in cui chiunque si avvicini a meno di un metro e mezzo di distanza è un potenziale nemico, rimarranno nel tempo. Incrociare gli altri nelle nostre attese ai supermercati ci provoca appunto sentimenti ambivalenti: da una parte c’è una reciproca comprensione per la medesima dolorosa situazione che ci porterebbe ad avvicinarci, dall’altra il pensiero immediato che un eccessivo avvicinamento significherebbe il rischio di un contagio. L’altro che sento come me, nella mia stessa fragile condizione, è anche pericoloso.

Franco Basaglia, medico e psichiatra che ha dedicato un’intera vita alle forme più estreme della fragilità e al dolore della follia, una volta disse che dobbiamo imparare a fare qualcosa con il buio.

Da psicoterapeuta non posso non pensare al buio in cui rischiano di sprofondare tantissime persone confinate nelle proprie case; non posso dimenticare dinamiche concrete di fragilità che nella quarantena rischiano scompensi non di natura infettiva, ma psichica. Penso ai figli chiusi in casa con genitori che vivono una crisi di coppia, ai ragazzi rinchiusi in una comunità casa-famiglia, agli anziani soli, alle persone che soffrono di una forma di psicopatologia o disabilità, alle donne costrette a subire l’aggressività di mariti o padri abusanti, o a tutti coloro che in queste settimane hanno perso un familiare a cui non hanno potuto dirgli addio. “La gente non muore, la gente scompare”, mi confidano operatori sanitari e pazienti, vivendo un trauma pari a quello vissuto dalle famiglie dei Desaparecidos in America Latina, perché l’elaborazione di un lutto e la cura delle lacerazioni di ogni legame che si spezza, parte ancora una volta dal potersi relazionare con l’altro che viene a mancare. Questo è il virus che ha ucciso i rituali, per questo motivo tra le varie fasi del “dopo” sarà necessario permettere alla nostra comunità la possibilità di agire non solo ritualizzazioni collettive dedicate alla sepoltura delle persone e al commiato sociale, ma attivare fin da subito interventi psicologici a lungo corso che permettano di iniziare ad elaborare ciò che sta accadendo, ciò che fino ad ora abbiano negato con insistenza, ovvero che siamo fragili e mortali, e che quando inizierà la famosa Fase 2  dovremo adattarci a nuovi rituali sociali.

Dal 21 febbraio scorso sono tante le parole entrate forzatamente a far parte del nostro vocabolario quotidiano: pandemia, distanziamento sociale, lockdown, clorochina, anticorpi. Virologi e micro-biologi per spiegarci come il COVID-19 si sia diffuso tra gli uomini hanno fatto riferimento al cosiddetto spillover che come racconta David Quammen nell’omonimo libro, è il salto di specie che permette ad un virus di passare dalla specie animale a quella umana per riuscire a vivere, evolvere e garantirsi un futuro. Il nostro salto di specie, il nostro spillover è iniziato: immaginiamo il dopo cominciando adesso per evitare che l’impensabile ci colga ancora una volta di sorpresa.




L’operatore piacentino Federico Tosca di Africa Mission racconta il Coronavirus dall’Uganda

Avrebbe potuto tornare in Italia, dalla sua famiglia. Ma Federico Tosca, piacentino di Castel San Giovanni e trent’anni appena compiuti, ha scelto di restare giù. Quel “giù” è l’Uganda, dove il ragazzo vive e lavora dallo scorso ottobre per Africa Mission Cooperazione e Sviluppo. La stessa Uganda che oggi conta 54 casi di coronavirus e ben poche strutture ospedaliere, quasi nessuna in grado di fronteggiare una possibile emergenza: qualche giorno fa il Paese è stato letteralmente “blindato” con una serie di normative emanate dal presidente Museveni. Federico si trova oggi nel Centro di Moroto, nella poverissima regione del Karamoja: partito inizialmente come volontario, poi entrato di fatto nell’organico del Movimento, ha deciso di rimanere in Africa. Con un po’ di preoccupazione per la situazione italiana ma nessun dubbio sul tornare o meno nel Piacentino.
Federico, perché hai scelto di restare in Uganda?
“È stata una decisione meditata insieme agli altri: al Centro di Moroto attualmente siamo in sette di cui quattro italiani. Personalmente sono stato subito sicuro di rimanere. Poi con gli altri ragazzi si sono costruiti dei rapporti solidi, è come essere in una specie di famiglia: ci siamo confrontati e abbiamo scelto di restare, Ci teniamo costantemente informati su quanto accade in Italia e sentiamo le nostre famiglie”.
La tua come ha preso la decisione di restare in Uganda?
“Diciamo che adesso è più tranquilla. Mi è rimasta in testa una frase di mio padre: “Questa è una cosa che in Uganda non potete immaginare” mi ha detto qualche giorno fa e in effetti ha ragione. Qui probabilmente non c’è una reale percezione di quanto stia accadendo in Italia, forse anche perché sono state prese delle misure di restrizione molto forti già da qualche giorno. Le parole di mio papà mi hanno fatto preoccupare e mi sembrava strano anzi che la mia famiglia temesse per me”.
Come è la situazione in Uganda e soprattutto a Moroto ora?
“Sono stati chiusi tutti i collegamenti con l’esterno e anche tutti i negozi che non siano alimentari. Alle sette di sera scatta il coprifuoco che viene fatto rispettare attraverso dei controlli severi”.
Come fate con le attività di Africa Mission Cooperazione e Sviluppo?
“La maggior parte dei progetti è stata temporaneamente sospesa per tutelare la sicurezza di tutti. Vengono garantiti la perforazione e il mantenimento dei pozzi perché è fondamentale che i villaggi non rimangano senza acqua. Inoltre a Moroto abbiamo avviato dei laboratori per creare del sapone e costruire delle mascherine che vengono destinate ai dipendenti e ai centri di prima assistenza medica, ma anche al carcere locale. Insieme ai salari abbiamo distribuito anche i termometri. Insomma cerchiamo di renderci utili come possiamo”.
Immagino che la vita tua e degli altri sarà cambiata in questi ultimi giorni: come passate la giornata a Moroto?
“Siamo dentro il Centro e non usciamo. Nonostante questo, ci sentiamo comunque dei privilegiati: non abbiamo problemi di cibo perché possiamo contare su un orto grande, abbiamo fatto scorte di diesel per alimentare i generatori e di acqua. Abbiamo a disposizione un’area ampia come è quella del Centro e il sostegno di una realtà strutturata come Africa Mission e del Consolato italiano. Se volessimo tornare potremmo farlo, ma per ora siamo tranquilli qui”.
Quando saresti dovuto tornare?
“Prevedevo di rientrare a Piacenza a fine giugno: chiaramente ora è tutto rinviato, ma non si sa a quando. Sicuramente per adesso resto qui anche perché se partissi poi non saprei come tornare: non è così ovvia la possibilità di viaggiare verso Uganda viste le restrizioni governative e io ora voglio restare vicino alla mia organizzazione”.