Legambiente risponde all’assessore Opizzi: “rimandiamo al mittente le accuse di allarmismo”

Non cenna a placarsi la polemica fra l’asessore Erika Opizzi da una parte e Legambiente Piacenza con Comitato Basta Logistica – Piacenza vuole Respirare dall’altra. Dopo la conferenza stampa dell’assessore ora arriva il comunicato dell’associazione ambientalista e del comitato. Ecco il testo integrale.

«Rimandiamo al mittente con forza le accuse di allarmismo, disonestà intellettuale e terrorismo mediatico rivolteci dall’Assessora Opizzi, la quale, in Consiglio Comunale prima e sulla stampa poi, con una evidente operazione strumentale, cerca di delegittimare il ruolo di Legambiente e di un Comitato di cittadini, per togliere valenza alle firme di ben 3.490 Piacentini che hanno voluto mandare un messaggio chiaro all’Amministrazione e al Consiglio Comunale tutto, a difesa del proprio territorio e della propria qualità della vita – salute in primis. Basta logistica!

Ricordiamo all’Assessora che quello che lei definisce “allarmismo” altro non è che l’esercizio del proprio diritto e dovere democratico delle associazioni e dei comitati di partecipazione, sensibilizzando ed informando i cittadini dei rischi che riguardano la loro salute e il territorio. Rischi troppo spesso sottovalutati e scarsamente evidenziati proprio dalle Amministrazioni, come nel caso della Logistica.

Quanto all’accusa di falsità dei dati, proprio a tutela delle migliaia di cittadini che hanno firmato la petizione, accogliamo volentieri l’esortazione dell’Assessora di fare chiarezza, astenendoci dal circolo vizioso della sterile polemica a cui non siamo avvezzi.

Secondo l’Assessora il Polo Logistico attuale sarebbe di 1,17 milioni di mq. e non 2,7 milioni indicati nel testo della petizione. Una sorprendente puntualizzazione, tenuto conto di quanto la stessa Amministrazione Comunale ha pubblicamente presentato il 5 ottobre 2016, nell’ambito del “percorso partecipato” alla redazione delle linee guida al POC, nelle figure dell’ex vice Sindaco Francesco Timpano e da Andrea Bardi [Direttore Generale dell’ITL – Istituto Trasporti e Logistica], laddove si dichiarava come insediati a Le Mose: “14 operatori logistici su una superficie complessiva di circa 2,5 milioni di metri quadrati, che danno lavoro a poco più di 1.800 addetti e fatturano più di 110 milioni di euro all’anno”. Quantificazione confermata dallo stesso Andrea Bardi in una successiva e più recente presentazione pubblica del 18 ottobre 2018. Senza tener conto che nel frattempo anche la porzione non ancora completata del polo logistico di Le Mose AP3  sia stata recentemente oggetto di specifica Convenzione con l’americana Prologis, mentre l’area “Granella” AP6 stia scaldando i motori per il trasferimento dello scalo ferroviario, previsto dalla pianificazione originaria del polo ma  – chissà perché –  mai attuato. Diventa quindi difficile capire come i 2,5 – 2,7 milioni di mq del polo logistico, riportata in numerosi documenti pubblici, dal PTCP, al PSC, al Rapporto finale Piacenza Città Snodo pag. 50, alle Linee di indirizzo del PUMS, ecc, ecc., si siano improvvisamente ristretti, come un maglione di lana infeltrito, a 1,17 milioni, come improvvidamente dichiarato dall’Assessora. Dunque chi ha ragione? O chi confonde le carte? Senza considerare che ai numeri riportati in precedenza andrebbero aggiunti i 190.000 mq dell’area attrezzata per i camion della logistica a Borgoforte, approvata alla fine del 2017.

Sempre l’Assessora Opizzi afferma che l’area ex-Mandelli risulta classificata produttiva dal 1967 e accusa Legambiente di mistificare la realtà, inserendo nella petizione il termine terreno agricolo. Legambiente e il Comitato hanno più volte e pubblicamente dichiarato e scritto che quell’area era stata in prima istanza pensata come idonea per la nuova sede direzionale della Mandelli e successivamente convertita ad area idonea ad accogliere una quarantina di piccoli capannoni per realtà manifatturiere del territorio che, come facilmente presumibile, non porterebbero un carico di traffico pesante come invece la logistica che conosciamo. Quello che però l’Assessora trascura, o almeno evita di ricordare, nel suo inusuale atto d’accusa, è che a fine 2018 l’Amministrazione Comunale ha autorizzato la richiesta di variante che prevede l’insediamento di un unico monolite logistico nell’area. Legambiente e il Comitato di Cittadini hanno sempre dichiarato che ciò di fatto avrebbe provocato la sicura impermeabilizzazione di un’area che, sebbene originariamente già destinata a produttivo, fino ad oggi non aveva generato alcuna costruzione, stante la congiuntura economica sfavorevole. Un’area che dopo 50 anni dalla prima destinazione, è ancora di fatto, campagna, suolo agricolo – anche se urbanisticamente edificabile – e la cui destinazione andrebbe doverosamente ripensata, anche in relazione all’inondazione del  2015 che produsse danni ben incisi nella memoria dei cittadini. Chiariamo infine anche il mistero dei famigerati 1,3 milioni di mq. di potenziale nuovo polo logistico. A parte la manifestazione di interesse del 2016, ricevuta in Comune, per 960 mila metri quadrati poi scomparsa, più recentemente sia il Dirigente Taziano Giannessi che la stessa Assessora Opizzi, in due diverse riunioni della Consulta Territorio, esattamente il 19 settembre 2018 e il 15 ottobre 2018, come fedelmente riportato nei verbali di riunione che sono stati tramessi al Comune e mai contraddetti, hanno confermato tale numero. In  particolare nei verbali si precisa che durante la riunione del 19 settembre 2018  ne veniva illustrata la localizzazione dalla quale ne è stata ricavata la rappresentazione grafica, più o meno fedele, vista più volte.

Ora appare evidente che l’1,3 milioni di mq. di nuova potenziale logistica non se li è inventati la Consulta Territorio, non se li è inventati Legambiente  e soprattutto non se li sono inventati i cittadini del Comitato.

Ironia della sorte in quelle stesse riunioni veniva sempre ribadita la dimensione dell’attuale Polo Logistico proprio in 2,5 milioni di metri quadri oggi apparentemente negati.

Concludendo, Legambiente è da sempre disponibile al confronto ma allo stesso tempo non può però accettare di essere accusata di propagandare falsità, tantomeno in un Consiglio Comunale dove non ha possibilità di replica né di contraddittorio. Una scorrettezza istituzionale oltreché formale, da parte di chi non ha nemmeno accettato la richiesta audizione in Commissione.

Sentiamo infine il dovere di rivolgere un grazie di cuore a quelle migliaia di Cittadini che al di la dei numeri e dei decimali ha, firmando la petizione, voluto lanciare un accorato appello alla propria Amministrazione per dire BASTA ALLA LOGISTICA e BASTA AD ULTERIORE CONSUMO DI SUOLO! Invece di svilire e delegittimare tale appello sarebbe doveroso ammettere che la Petizione è stata di stimolo e supporto alla decisione della Giunta di stralciare momentaneamente la logistica dalla delibera di indirizzo approvata. Pensiamo positivo, per una volta».




Erika Opizzi risponde alle polemiche sulla logistica: “Gli architetti del Comune ne sanno più di Legambiente”

Erika Opizzi non ci sta, e risponde piccata alle polemiche lanciate ieri in Consiglio comunale e in Piazza San Francesco da Legambiente e Coordinamento Basta Logistica in merito ai nuovi insediamenti di logistica nelle zone di Gerbido, Roncaglia, Capitolo e Borghetto. “Non è vero come si dice che non ho partecipato alle loro riunioni. Come dimostrano i verbali delle consulte, e da una stessa lettera del coordinatore Ioannilli. Mi venivano richiesti incontri sempre sugli stessi argomenti, perciò ho declinato l’invito. Alla luce anche del fatto che si tratta di procedure coperte dal segreto d’ufficio, ma loro hanno ritenuto di fare una conferenza stampa comunque”.

Nella lettera in questione, si apprende che il coordinatore manifesta “sorpresa per la risposta negativa dell’assessore Opizzi, in passato sempre cortese e disponibile a rappresentare la posizione dell’Amministrazione ai nostri dibattiti…“.

“Nel 2018 ho partecipato alle riunioni della Consulta del 19 febbraio e 12 aprile in cui mi si chiedeva di parlare di Piazza Cittadella e Piazza Casali, Terrepadane. Poi il 5 luglio e il 19 settembre l’architetto Giannessi perchè volevano chiarimenti tecnici, che sono stati dati, e poi nuovamente il 15 ottobre per riferire anche di cose dette alle riunioni di maggioranza. Sostenere che dico falsità e che non ho partecipato alle consulte mi ha stancato. Sono cortese e disponibile o brutta e cattiva?”.

La Opizzi ha voluto rimarcare nuovamente la posizione espressa già ieri, affermando che Legambiente “non sa di cosa sta parlando. Nel merito ognuno la può pensare come ritiene, ma essere attaccata personalmente non va bene, anche i consiglieri alla fine hanno riconosciuto il mio percorso, perchè loro hanno gli atti e i verbali e non possono dire che non ho partecipato. Vorrei capire a che titolo parla certa gente”.

Ma sono i numeri ad essere al centro del dibattito. Come riportato ieri, la petizione di Legambiente era stata costruita sui 2,7 milioni di metri quadrati di area adibita a capannoni e parcheggi, mentre la Opizzi parla di 1 milione 173 mila metri quadrati. “Sono state comprese aree che nulla hanno a che vedere con la logistica, come la zona della Fiera o l’area dell’Orsina”. Inoltre L’assessore Opizzi sottolinea che l’area AP12 Mandelli è classificata come “produttiva” dal 1967, e non “agricola” come ritengono i manifestanti.

“Sono stata a Roncaglia, e lo sanno anche alcune persone del Coordinamento Basta Logistica, perciò penso di essermi comportata con trasparenza, dando tutti i dati corretti. Questa petizione è creata su dati falsi, se anche la Fiera è compresa nell’area logistica dobbiamo chiudere la Fiera. Gli architetti del Comune ne sanno più di Legambiente”.

Altro punto è la questione dell'”approvazione” presunta di un ulteriore insediamento logistico di 1 milione 300 mila metri quadrati a Roncaglia. “In questo caso ci sono delle manifestazioni d’interesse che costituiscono variante, perchè quelle aree sono agricole. Questo significa fare terrorismo. La gente non ne ha bisogno, soprattutto in quella zona, ha bisogno di avere chiara la situazione, e il milione e 300 mila metri quadrati è sono nella testa di Legambiente, ma negli atti non c’è ma non può essere realizzato. Invece di manifestare potevano fermarsi ad ascoltare”.

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Logistica, Legambiente protesta in Piazza San Francesco, in Consiglio il dibattito si infiamma

Molti temi importanti oggi all’ordine del giorno in Consiglio comunale. Primo fra tutti quello della petizione di Legambiente e Coordinamento Basta Logistica in merito alla delibera della Giunta comunale del 5 novembre scorso, che varava la variante urbanistica Ap12 Mandelli per la trasformazione di 190 mila metri quadrati di terreno considerato “agricolo” dal Coordinamento e Legambiente, e “produttivo” dalla Giunta sin dal 1967, e anche la stessa sindaca in passato aveva sottolineato questo punto. L’assessore Opizzi ha ribadito durante il Consiglio la posizione della Giunta, sottolineando, stando alla sua analisi, alcune falsità. “Non voglio sentir dire che non sono state prese posizioni in merito – ha tuonato -, è stata fomentata una situazione sulla base di informazioni errate, non sono se in buona o in cattiva fede”.

Legambiente e il Coordinamento nella petizione presentata sottolineavano alcuni punti, in particolare l’emergenza ambientale subita dalle frazioni di Roncaglia, Borghetto, Capitolo e Gerbido. Viene evidenziato “l’insopportabile carico di traffico” che gravita nella zona a causa della presenza “di uno dei poli logistici più grandi d’Europa”. I protestanti dicono che occupi 2,7 milioni di metri quadrati di capannoni e parcheggi, l’assessore Opizzi sostiene sia la meno della metà (1 milione e 173 mila metri quadrati). La Opizzi aggiunge anche che sono state falsamente aggiunte “aree che nulla hanno a che fare con la logistica, come la zona della Fiera o l’area dell’Orsina”. In aula oggi anche gli stessi protestanti che hanno manifestato il proprio dissenso verso le politiche della Giunta.

“Respirare è la prima vera manifestazione d’interesse – dicono – basta con gli errori del passato, la buona urbanistica deve essere partecipata e rispondere ai veri bisogni dei cittadini, non agli interessi di pochi. Dispiace che venga messo in cattiva luce l’operato del Coordinamento, l’assessore Opizzi poteva venire ai nostri incontri aperti alla cittadinanza”.

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In 200 sul Facsal per ribadire il proprio NO a nuova logistica a Piacenza

Una battaglia che non si sa come si concluderà, ma senz’altro non si potrà avere il rammarico di non averla combattuta, quella della dei NO Log a nuova Logistica a Piacenza. Ieri si sono radunati circa 200 persone vicino a Respighi con una candela in mano e raccogliendo firme. A pochi metri persone passavano a pochi metri per gli ultimi acquisti in vista del Natale.

Hanno preso la parola  Paolo Veneziani e Alessandra Bosi in rappresentanza dei residenti di Roncaglia e Laura Chiappa, presidente di Legambiente Piacenza. Le invettive si sono concentrate principalmente contro il presidente di Confindustria Rota e la Giunta Barbieri. “Ha detto Rota che siamo solo rumore – ha incitato Veneziani – ma rumorosi lo siamo perchè ci teniamo alla nostra salute. E’ ora di finirla anche con la storia di quelli del No, ci siamo stufati di questa storiella. I no quando sono giusti sono sacrosanti, ma siamo quelli dei tanti si, peccato che non sono i si che vuole sentire il presidente di Confindustria, sono i si a una città più vivibile, si alle piste ciclabili, si a una città che finalmente guardi al futuro più sostenibile”.

Laura Chiappa ha sottolineato l’importanza della formula di un sit in, “e delle luci, per testimoniare la luce di speranza che ha bisogno la nostra città, che ha bisogno di trasformarsi, in una città attenta alla qualità della nostra vita. Crediamo che l’aggiunta di nuova logistica sia in controtendenza rispetto a quello che noi vogliamo. Non vogliamo che Piacenza diventi un deposito di merci. Abbiamo il diritto di avere aziende che producano merci, non che le stocchino e basta, e con un click del telefonino finiscano chissà dove. Deve essere una città che attrae lavoro da fuori, bisogna tornare alla nostra agricoltura. Chiediamo ai nostri amministratori di darci un futuro”.

“Abbiamo sentito quello che ha detto il responsabile della Caritas, che i facchini della logistica devono essere ospitati – aggiunge Alessandra Bosi -, nelle strutture perchè altrimenti devono dormire in macchina. Questo non è il futuro che vogliamo per i nostri figli, perchè se andiamo avanti così finiamo tutti nel reparto oncologico. Non possiamo pensare che la logistica non peggiori, perchè è ridicolo bloccare la città alle macchine, quando un camion inquina 25 volte una macchina. Non prendiamoci in giro, 30 mila veicoli pesanti che passano sull’A21 portano molto inquinamento anche in centro, più che sulle frazioni”.

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Logistica, la Consulta Territorio ha incontrato i consiglieri comunali e i cittadini

La battaglia che porta avanti Roncaglia e il Capitolo sulla logistica ha un significato che va ben oltre la terra dove sorgono le case dei cittadini delle frazioni, coinvolge Piacenza tutta. Sono in gioco gli interessi di pochi contro gli interessi di molti, e di riflesso la vita futura dei piacentini.

Nella Sala della Partecipazione (mai nome fu più adeguato) si sono riuniti Consiglieri comunali della minoranza e della maggioranza (Saccardi), la Consulta Territorio, Frazioni e Sviluppo Economico, i cittadini sensibili al tema, nonchè Laura Chiappa e Giuseppe Castelnuovo in rappresentanza di Legambiente.

“Ovviamente auspichiamo che la nuova Logistica che viene prospettata non si faccia mai”,  ha introdotto Castelnuovo, il quale ha sottolineato punto per punto la dannosità di un’operazione simile. “In principio fu l’Ikea nel 1999, con l’amministrazione Vaciago. Con l’approvazione del Piano Regolatore nel 2001, l’originale area verde negli insediamenti produttivi (pensata per il 40% del totale) scese al 15%. Si intese per area verde solo i giardinetti pubblici invece per area verde va intesa anche come biodiversità”.

Nel Piano Regolatore del 1998 si dava grande importanza alle misure di “ripermeabilizzazione” del suolo urbano, sottintendendo l’intenzione di creare aree verdi permettendo all’acqua di scorrere lungo le falde acquifere. “Le aree in realtà sono state tutte asfaltate, contraddicendo l’obiettivo iniziale”.

Il primo insediamento logistico avrebbe dovuto portare a Piacenza un incremento di 2 mila 703 tonnellate all’anno di CO2 e 612 Kg di Pm10 all’anno in una situazione già abbastanza compromessa. IL Piano Strutturale Comunale del 2016, documento atto a identificare “l’ambito idoneo ad essere urbanizzato quale nuovo ambito per attività produttive di rilievo sovracomunale”, sottolinea che per quanto riguarda il nuovo Polo Produttivo dovrà essere attuato “a fronte di concrete e valide proposte […] e solo se gli insediamenti proposti non possano trovare collocazione nelle aree produttive esistenti o confermate dagli insediamenti esistenti, privilegiando il recupero e la riqualificazione di aree dismesse”.  

Secondo quanto stabilito dalla Direttiva comunitaria per la valutazione ambientale deve essere redatto un Rapporto Ambientale in cui siano “individuati, descritti e valutati gli effetti significativi che l’attuazione del piano o del programma potrebbe avere sull’ambiente nonché le ragionevoli alternative alla luce degli obiettivi e dell’ambito territoriale del piano o del programma”. Altro aspetto da non sottovalutare è la determinazione dei criteri per la scelta di un’area rispetto a un’altra, in quanto questi “potranno indirizzare il futuro di un’area vasta”.

CONSUMO DI SUOLO E NON SOLO

Piacenza progressivamente è balzata ai (dis)onori delle cronache come maglia nera per consumo di suolo: nel 2011 era inserita in uno studio di Bruxelles su tutta l’Europa, mentre uno studio INEA (Istituto Nazionale Economia Agraria) mostrava come a un aumento della popolazione corrispondeva una diminuzione del suolo agricolo disponibile. “Uno dei guai è ragionare su base incrementale – riflette Castelnuovo -, senza ragionare su base storica, ma solo in base alla variazione rispetto all’anno precedente”.

INQUINAMENTO

Per quanto concerne i potenziali (neanche troppo) fattori di inquinamento della zona Est, si segnala: l’Autostrada A1 con il passaggio di 70 mila veicoli al giorno, l’A21 con 30 mila veicoli al giorno, un Polo Logistico da 2,7 milioni di mq, un termovalorizzatore da 136 mila tonnellate all’anno di rifiuti, una centrale termoelettrica, un cementificio autorizzato ad aumentare l’utilizzo di oli usati e pneumatici da incenerire fino a 95 mila tonnellate all’anno. Etc, etc..

Ma che Piacenza “perda terreno” è un dato che anche Legambiente Nazionale certifica, è al 58esimo posto, perdendo 12 posizioni rispetto al 2017.

LAVORO

Tra i punti toccati durante la serata vi è stato anche il tema del lavoro, per cercare di fare chiarezza sulle dimensioni della logistica a Piacenza. Sono 1800 gli addetti, di cui 30% dipendenti e 70% da cooperative, Dei dipendenti il 75% lavora in ufficio (450 addetti) il restante è facchinaggio. Nelle cooperative il 100% è facchinaggio.

E’ stato sottolineato come anche l’Università promuova la Logistica come una grande opportunità: la stessa Università Cattolica ha introdotto un Corso di Supply Chain Management, Monica Patelli di ITL durante un convegno ha dichiarato che “gli ambientalisti possono mettersi il cuore in pace, il 2017 sarà un anno di investimenti e sviluppo” (Libertà 17 aprile 2017). Fino ad arrivare alle notizie di gennaio, con le notizie di “100 camion al giorno più le auto dei 150 addetti”.

Quello che viene chiesto dunque, è molto semplice: “Un monitoraggio più scientifico possibile, una stima dei mezzi che interagiscono nell’area interessata alla logistica e una valutazione dell’incremento delle CO2. Non solo per giustificare il NO all’espansione della logistica stessa, ma per far capire in che situazione ci stiamo dirigendo”. 

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Legambiente: “bene il provvedimento antismog, ma bisogna farlo rispettare”

L’avvio del blocco degli euro 4 dal primo di ottobre sta suscitando molte polemiche, diventando elemento di scontro politico. Anche Piacenza ha varato oggi l’ordinanza con le limitazioni per le auto più vecchie e per i camini aperti e le stufe a bassa efficienza.

Anche Legambiente interviene sul tema e sostiene che «L’obiettivo di trovare una soluzione strutturale all’inquinamento dell’aria nel bacino padano è un tema fondamentale, sia per la salute dei cittadini che per l’infrazione comunitaria che pende sulle teste delle nostre regioni. Bene ha fatto quindi la regione Emilia-Romagna a lanciare questo segnale, che deve necessariamente trovare attuazione sui territori attraverso l’impegno dei Sindaci. E’ evidente che una misura di questo tipo non è stata finora supportata con una adeguata campagna di comunicazione: tanti cittadini scoprono solo ora il divieto, nonostante il Piano Aria sia vigente da due anni. Inoltre, a causa della mancanza di coraggio dei Comuni che hanno preferito ignorare la cosa, si sono persi due anni per garantire un passaggio meno traumatico.  Nei due anni trascorsi sarebbe stato inoltre fondamentale attuare misure strutturali sia per supportare le fasce di reddito più deboli che non sono in condizione di sostituire il proprio veicolo, che per sviluppare delle alternative per favorire l’efficienza e ridurre il costo del trasporto collettivo almeno nel periodo invernale durante il quale sono in vigore le limitazioni al traffico».

Legambiente chiede che ora si attuino azioni di controllo e sanzione affinché il provvedimento sia realmente rispettato (e non rimanga solo sulla carta), ma soprattutto che ai blocchi si aggiungano misure per favorire l’accesso al trasporto collettivo da parte di tutti i cittadini.

«A solo titolo di esempio proponiamo almeno per il periodo in cui sono in vigore le limitazioni al traffico – continua Legambiente – sconti sul trasporto pubblico e tariffe uniche  per le città capoluogo ed i rispettivi comuni di cintura. In particolare, per il bacino metropolitano di Bologna ci sembra utile l’introduzione di un abbonamento sperimentale al TPL con una tariffa unica di bacino che favorisca la riduzione del traffico dovuto al pendolarismo».

Altro tema centrale è quello della presenza e corretto funzionamento dei parcheggi scambiatori ai margini delle città serviti con un adeguato collegamento di trasporto pubblico, per garantire un facile accesso in città senza utilizzare l’auto privata.

«Va denunciato infine – conclude Legambiente – il fallimento delle politiche di coordinamento del bacino padano, dato che Veneto, Lombardia e Piemonte applicheranno la misura del blocco dei Diesel euro 4 solo nel 2020. Chiediamo al Ministro Costa di dare un segnale che supporti questo passaggio, magari rendendo disponibili risorse per aiutare le famiglie e sviluppare un sistema di mobilità collettiva che consenta di tenere le auto fuori dai grandi centri urbani, attraverso parcheggi scambiatori e misure di supporto al TPL».




Il Comitato “No al Bitume” torna a chiedere un Piano Territoriale per il arco fluviale del Trebbia

Con l’estate ormai alle spalle, il Comitato “No al Bitume – Si al Parco del Trebbia” riprende, in associazione con Legambiente, la propria campagna di sollecitazione all’Assessore Regionale alla difesa del suolo e della costa, protezione civile e politiche ambientali e della montagna Paola Gazzolo, al Presidente dell’Ente di Gestione per i Parchi e la Biodiversità Emilia Occidentale Agostino Maggiali e ai Sindaci dei sette Comuni che sull’area del Parco Insistono (Piacenza, Gossolengo, Rivergaro, Gazzola, Gragnano Trebbiense, Rottofreno e Calendasco) affinché venga finalmente avviato un reale percorso partecipato con la cittadinanza per dotare il Parco Fluviale del Trebbia del suo Piano Territoriale.

Ieri (domenica 16 Settembre), in occasione del “Mercato del Riuso” a Gossolengo il Comitato, presente con un proprio banchetto (vedi foto), ha proseguito la raccolta firme dal titolo “Piano territoriale del parco del Trebbia subito, prima che sia troppo tardi!”.

«A ormai 5 mesi di distanza dall’ultima lettera inviata in Regione con l’appello a fare presto – scrive il Comitato –  nonostante alcuni timidi riscontri da parte dell’Ente Parco e della Regione, nulla in effetti sembra muoversi come da tempo continuiamo a denunciare. Ciò di cui necessita il Parco e che da ben nove anni gli viene negato ossia il suo Piano Territoriale riteniamo meriterebbe un interesse e un’attenzione speciale da parte delle Istituzioni preposte. Interesse e attenzione che a giudicare dai fatti registriamo timida per non dire totalmente assente. Ecco perché continueremo a batterci affinché questa essenziale questione non torni nell’oblio dell’immobilismo delle Istituzioni. Rilanciamo pertanto la raccolta firme a sostegno della nostra lotta a favore del Parco del Trebbia anche attraverso la petizione su change.org invitando tutti i cittadini che hanno a cuore le sorti del Parco del Trebbia ad aderirvi».

Nella stessa giornata di Domenica il Comitato ha annunciato nuove iniziative «a stimolo di una partecipazione attiva e consapevole della cittadinanza alla vita del Parco».

Fra gli eventi ci saranno una passeggiata con i propri amici a quattro zampe nell’ambito dell’area del Parco e il prossimo lancio delle “Avventure dell’Ispettore OCCHIOne”, raccolta di racconti brevi sulle avventure ambientate per l’appunto nell’area del Parco di un solerte ispettore che assume le vesti dell’animale simbolo del Parco del Trebbia, l’uccello Occhione.




Trasformare l’aeroporto militare di San Damiano in un polo fotovoltaico. Lo propone Legambiente

Per il futuro dell’ex Aeroporto militare di San Damiano (PC) Legambiente lancia un progetto pubblico-privato per realizzare un grande impianto ad energia verde che sia anche Parco tematico dove educare i cittadini.

L’Agenzia del Demanio ha infatti aperto una consultazione pubblica via internet – aperta fino al 16 aprile – per raccogliere progetti sulla struttura, oggi in fase di dismissione da parte del Ministero della Difesa.

 Ex-Areoporto-Sachsen trasformato in un impianto fotovoltaico
Ex Areoporto di Sachsen

Legambiente ha inoltrato in questi giorni ai Comuni interessati, Regione, Università e diverse ditte attive nel settore un progetto da candidare: un Parco che coniughi le numerose esperienze già realizzate in Germania di recupero di ex aeroporti militari diventati grandissimi parchi fotovoltaici, e le esperienze realizzate in Italia di Parchi didattici tematici relativi alle energie rinnovabili, come ad esempio il parco “La Fenice” di Padova.

Le aree a disposizione – un centinaio di ettari già compromessi – permetterebbero agevolmente l’installazione di decine di megawatt di potenza pulita che, secondo l’associazione, garantirebbero agevolmente l’energia necessaria per non meno di 12.000 famiglie, con equivalente riduzione della CO2.
Ma San Damiano, con gli edifici già presenti nel sedime, è anche il posto ideale per realizzare un “Parco Solare Tematico”, e cioè un Parco in cui, oltre al grande impianto fotovoltaico siano presenti strutture museali, laboratori didattici multimediali al chiuso e all’aperto, laboratori di ricerca, spazi didattici universitari, strutture per la formazione professionale, strutture convegnistiche e tanto altro.

Viceversa per l’associazione appaiono ben poco serie le proposte alternative che oggi stanno circolando, sia dal punto di vista ambientale che economico.

IL PROGETTO LE OPPORTUNITA’ E I BENEFICI

Di ex aeroporti militari riconvertiti a parchi fotovoltaici, la vicina Germania è ricca di esempi: dall’aeroporto di Templin a quello di Rote Jahne, da quello di Perleberg a quello di Briest, da quello di Eggebek (ai confini con la Danimarca!) a quello di Waldpolenz e molti, molti altri; tutti su superfici tra i 100 e i 200 Ha, simili a quella di San Damiano, e con potenze  tra i 40 e i 130 Mw fotovoltaici di picco, in grado di produrre annualmente, alle latitudini tedesche, da 40 a 120 Gwh di energia elettrica e di far risparmiare da 20.000 a 60.000 tonnellate di CO2 ogni anno.

Oggi la riduzione drastica dei costi della componentistica fotovoltaica permette di installare anche in Italia grandi parchi fotovoltaici su aree dismesse, in grado di competere economicamente con la vendita di energia elettrica prodotta da fonti fossili, senza alcun contributo statale: è del 2017 la notizia della connessione di 5 impianti fotovoltaici per un totale di 63 Mw a Montalto di Castro (provincia di Viterbo), di proprietà di Octopus EI, un fondo di investimento che ha stipulato un contratto biennale di vendita dell’energia a prezzo fisso a Green Trade, senza usufruire di alcun incentivo o contributo statale; si tratta del primo impianto fotovoltaico italiano che agisce in condizioni di “grid parity” e cioè di competitività con il mercato dell’energia da fonte fossile.
Un importante supporto economico all’iniziativa potrebbe venire inoltre dal prossimo decreto rinnovabili, oggi al vaglio UE, che rilancia gli incentivi all’energia fotovoltaica.

Ex areoporto Templin

Tuttavia il parco fotovoltaico costituirebbe una parte del più ampio “Parco Solare Tematico”. Le strutture oggi presenti sarebbero in grado di ospitare una molteplicità di funzioni culturali, educative, scientifiche da offrire ad un pubblico composto non solo da scolaresche di studenti, ma anche da turisti e visitatori. Diverse le funzioni:

un “Museo delle energie rinnovabili”, per illustrare e mantenere la memoria della storia, lo sviluppo, la tecnologia, le prospettive delle fonti rinnovabili in Italia e nel mondo;
un “Laboratorio didattico” multifunzionale, sulla scorta del Parco delle Energie Rinnovabili “Fenice” di Padova (promosso dagli Scout di Padova e da un consorzio di aziende) nonché di svariati altri parchi in Italia (Pisa, Bari, Terni, ecc.), che coniugano i laboratori didattici per i diversi gradi di istruzione, con la formazione professionale e con la fruizione degli spazi verdi.
Il “Parco Solare Tematico” potrebbe altresì offrire ospitalità a laboratori di ricerca e sperimentazione sulle fonti rinnovabili delle diverse Società che già operano nella nostra provincia. Insomma uno spazio in cui integrare più funzioni relative ad un unico scopo: valorizzare le fonti energetiche rinnovabili e innanzitutto l’energia solare, ridurre la nostra dipendenza energetica dalle fonti fossili e quindi il loro impatto ambientale  e climatico, ridurre l’inquinamento dell’aria che tutti respiriamo, valorizzare la biodiversità, favorire la ricerca, la sperimentazione, la didattica, la formazione professionale, l’occupazione.

Infine potrebbe offrire l’opportunità alla comunità di abitanti della Val Nure di aderire alla fornitura di energia verde a kilometro zero. Anche le ditte operanti nella zona potrebbero essere interessate a tale fornitura, sia per ragioni economiche, che per aggiungere un elemento di distinzione e di sostenibilità alle proprie produzioni.

NESSUNA ALTERNATIVA SERIA

Da anni si discute sul futuro dell’aeroporto militare: le istituzioni (comuni, provincia, camera di commercio…) sembrano oggi orientate a utilizzare l’area quale scalo aereo commerciale, a servizio della logistica piacentina.

Tale ipotesi risulterebbe assolutamente slegata da qualsiasi seria valutazione di fattibilità, considerando la presenza di numerosi altri scali arerei nelle vicinanze e che lo stesso aeroporto parmense sta percorrendo la stessa ipotesi, con risorse già promesse dalla Regione.

Una tale proposta, oltreché inutile, sarebbe anche dannosa in quanto il traffico aereo aumenterebbe l’inquinamento acustico e l’inquinamento atmosferico già alle stelle nella provincia. Uno scalo aereo inoltre implicherebbe un sostanzioso incremento del traffico pesante tra San Damiano e i poli logistici della provincia, quindi un incremento di emissioni di polveri fini (già ora arrivate oltre i limiti di legge), ossidi di azoto, anidride carbonica e quanti altri composti tossici, per non parlare di ulteriori infrastrutture necessarie.

Impatti di cui la provincia piacentina non ha certo bisogno, già gravata dalla presenza di due cementifici, un inceneritore, due centrali termoelettriche, tre autostrade, distretti industriali, tre piattaforme logistiche fra le più vaste d’Italia (Le Mose, Castelsangiovanni, Monticelli) ecc.

Legambiente dunque ritiene che l’unica ipotesi seria dal punto di vista economico, ambientale e del lavoro sia quella del Parco Fotovoltaico. L’esempio tedesco dimostra la concretezza della scelta.




Che aria tira a Piacenza? Sforamenti e alternative nel dibattito di Legambiente

L’inquinamento cittadino è stato uno dei temi dello scorso anno, finendo anche in campagna elettorale. Ce ne eravamo occupati in un nostro precedente articolo, e da allora la situazione è cambiata solo in parte. Ieri sera se ne è parlato in Fondazione con Andrea Poggio, segretario nazionale di Legambiente, Laura Chiappa, presidente del Circolo Legambiente Piacenza e Marco Natali dello stesso Circolo, con un focus nella sua relazione sulla nostra città. Presenti anche il sindaco Patrizia Barbieri e l’assessore all’Ambiente Paolo Mancioppi.

Folto pubblico ieri sera

“A Piacenza più di 150 persone sono morte nel 2017 per gli effetti dell’inquinamento – ha esordito Natali -, ci sono stati 83 giorni di sforamenti di PM10 oltre i limiti consentiti dalla legge nella zona di Via Giordani, 75 giorni invece per quanto concerne l’ozono (limite consentito 25 giorni)”. Ma il problema grave viene dai dati disaggregati, che sottolinea Natali mostrano settimane consecutive di sforamenti. “La centralina di Via Giordani ha rilevato nei primi mesi del 2018 16 giorni consecutivi di sforamenti dal 19 gennaio al 3 febbraio con picchi 3 volte superiori il limite consentito. Ma picchi 2 volte superiori il limite consentito ci sono stati anche verso fine 2017”. Fuori dal centro città anche la centralina di Montecucco (Besurica) non segna dati incoraggianti: “Nei 6 mesi critici del 2017 120 giorni di sforamenti, mentre nel 2018 finora 34 giorni oltre il limite consentito”. Legambiente chiede il blocco totale del traffico in previsione di sforamenti prolungati e in ogni caso dopo 3 giorni consecutivi, in più un trasporto pubblico adeguato, che rispetti i limiti di emissione, e soprattutto gratuito.

Quest’ultimo tema è stato particolarmente dibattuto da Andrea Poggio di Legambiente, che ha verificato la situazione del trasporto sostenibile in Italia (mezzi elettrici). “Prima o poi dovremo convertirci all’elettrico, il mondo va avanti e dobbiamo cogliere l’opportunità di cambiare”. Cambiamento che attualmente pare ancora lontano, tranne rare eccezioni come Milano, dove i bus sono elettrici, viene spesso utilizzato il car sharing e sono disseminate per la città 134 colonnine per la ricarica delle auto. “Stiamo diventando multimodali, ci spostiamo con mezzi sempre più diversi per un unico tragitto. Utilizzando modalità diverse di spostamento con un coefficiente di riempimento maggiore dei mezzi che usiamo più abitualmente, come la macchina, potremmo passare da 38 milioni di auto in circolazione attualmente a 18 milioni. Sono già presenti incentivi per il passaggio all’elettrico”.

“Abbiamo occupato le città di auto – prosegue-, togliendole ai bambini. Dobbiamo dare maggiore spazio alla piazza, in modo da dare un significato maggiore al contesto urbano”.

“Deve esserci la consapevolezza di un’urgenza – ha sottolineato Laura Chiappa -, abbiamo visto che in questa città ci sono tante persone interessate a questo problema, che vogliono capire le possibili soluzioni possibili e condivise”.

Durante la serata è stato presentato il dossier “Mal’Aria”, contenente i dati di Piacenza, in più sono state consegnate al sindaco le 2063 firme dei piacentini che vogliono “cambiare aria”.

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Aria sempre più irrespirabile a Piacenza, città peggiore della regione insieme a Modena

Se l’emergenza smog è diventata sempre più cronica in Italia, Piacenza sembra purtroppo essere una delle città peggiori della Pianura Padana per qualità dell’aria. Il 2017 si è confermato in tutta la penisola da “codice rosso” a causa delle elevate concentrazioni delle polveri sottili e dell’ozono.

Una situazione sconfortante quella che emerge da Mal’aria 2018 – “L’Europa chiama, l’Italia risponde?”, il rapporto sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane che Legambiente presenta oggi alla vigilia del vertice di Bruxelles sulla qualità dell’aria.

Purtroppo dai dati emerge ancora una volta come la Pianura Padana sia una delle aree più inquinate dell’intera penisola. In Emilia-Romagna sono 8 i capoluoghi di provincia con più di 35 giorni di sforamento, consentiti dalla legge, nel 2017. Il primo posto di questa poco invidiabile classifica va a Modena, Piacenza e Reggio Emilia, tutte con 83 giorni di PM10 oltre i limiti. Si salvano invece i cittadini di Forlì e Cesena, dove le giornate di superamento sono rimaste entro i limiti consentiti.

Anche nei primi 28 giorni del 2018 la situazione non è andata migliorando: Parma, Reggio, Modena e Rimini hanno già accumulato oltre 11 giorni di superamento dei limiti delle PM10.

Sommando poi i superamenti delle PM10 con quelli dell’Ozono la situazione si fa ancor più critica e Modena e Piacenza guidano questa triste classifica con ben 158 giorni di inquinamento rilevato, seguite da Reggio Emilia con 145 giorni e Parma con 143.

Anche a livello nazionale Piacenza è ai primi posti fra le città più inquinate (con gli 83 sforamenti della centralina Giordani – Farnese) per l’esattezza al sedicesimo.

Numeri che si traducono in problemi di salute, costi per il sistema sanitario e impatti rilevanti sugli ecosistemi: le morti premature attribuibili all’inquinamento atmosferico nel nostro Paese sono oltre 60mila l’anno, come riportato annualmente nei report dell’Agenzia Ambientale europea (EEA). Senza contare che in Italia i costi collegati alla salute derivanti dall’inquinamento dell’aria si stimano fra i 47 e i 142 miliardi di euro (stima al 2010). Dati che descrivono ancor di più l’urgenza di politiche concrete di miglioramento della qualità dell’aria.

La Commissiona Europea  in questi giorni ha lanciato anche un ultimatum al nostro paese, chiedendo al ministro dell’ambiente Galletti aggiornamenti sulle misure pianificate dall’Italia in materia di inquinamento atmosferico. In mancanza di misure concrete ci sarà il rinvio alla Corte di giustizia europea con inevitabili e salatissime multe per l’Italia.

Intanto, come si diceva, la qualità dell’aria della Penisola lascia a desiderare: dal report Mal’aria emerge che, nel 2017 in ben 39 capoluoghi di provincia italiani è stato superato, almeno in una stazione ufficiale di monitoraggio di tipo urbano, il limite annuale di 35 giorni per le polveri sottili con una media giornaliera superiore a 50 microgrammi/metro cubo. Le prime posizioni della classifica sono tutte appannaggio delle città del nord, a causa delle condizioni climatiche che hanno riacutizzato l’emergenza nelle città dell’area del bacino padano.

Situazione critica specialmente nelle zone della pianura padana: in 31 dei 36 capoluoghi di provincia delle quattro regioni del nord (Piemonte Lombardia Veneto ed Emilia Romagna) è stato sforato il limite annuo giornaliero; in questi stessi Comuni l’85% delle centraline urbane ha rilevato concentrazioni oltre il consentito, a dimostrazione di un problema diffuso in tutta la città e non solo in determinate zone.

“Come ribadiamo da anni – sottolinea Legambiente – non servono misure sporadiche, ma è urgente mettere in atto interventi strutturali e azioni ad hoc sia a livello nazionale che locale. Occorre ripartire da un diverso modo di pianificare gli interventi nelle aree urbane, con investimenti nella mobilità collettiva, partendo da quella per i pendolari, nella riconversione sostenibile dell’autotrazione e dell’industria, nella riqualificazione edilizia, nel riscaldamento coi sistemi innovativi, e nel verde urbano”.

Legambiente ricorda, inoltre, che l’Italia è il Paese in cui si vendono ancora più auto diesel (56% del venduto tra gennaio e ottobre 2017 contro una media europea del 45%), e dove circolano auto e soprattutto camion tra più vecchi d’Europa (quasi 20 anni di età media). Per l’associazione occorre, invece, sostenere ed accelerare il processo di potenziamento del trasporto pubblico locale, per renderlo sempre più efficace e affidabile e la sua trasformazione verso un parco circolante completamente elettrico, come varato dal piano del comune di Milano da qui al 2030 o come cominciato a fare dall’azienda del trasporto pubblico torinese su alcune linee. Ancora occorre limitare l’accesso nelle aree urbane in maniera stringente e costante ai veicoli più inquinanti, spingendosi, come fatto dal comune di Torino, al blocco dei mezzi euro 5 diesel e a Roma, dove si è arrivati recentemente a bloccare anche le Euro 6. Per incentivare questa trasformazione serve, però, potenziare le infrastrutture di ricarica dell’elettrico e, soprattutto, implementare nelle aree urbane infrastrutture per la mobilità ciclo-pedonale. Senza tralasciare la riqualificazione degli edifici pubblici e privati che dovrebbero riscaldare senza inquinare; il rafforzamento dei controlli sulle emissioni di auto, caldaie ed edifici; intervenire specificatamente sulle aree industriali e portuali. Da ultimo, ma non meno importante, ridisegnare strade, piazze e spazi pubblici delle città aumentando il verde urbano.

Ozono ti tengo d’occhio – Legambiente riporta anche la classifica dei superamenti di Ozono dell’anno appena concluso. L’importanza di questo inquinante viene spesso sottovalutata, nonostante le stime dell’Agenzia Ambientale Europea (EEA) riportino 13.600 morti premature riconducibili all’ozono in Europa nel 2015, di cui 2.900 solo in Italia.

Il dossier di Legambiente “Mal’aria 2018” è disponibile su: https://www.legambiente.it/contenuti/dossier/malaria-2018