Si apre domenica 6 aprile Vinitaly 2025, e mai come quest’anno la più grande fiera del vino italiano sarà attraversata da riflessioni economiche e geopolitiche. I dazi annunciati da Donald Trump – un +20% sull’import di prodotti agroalimentari da oltre 70 Paesi, Italia compresa – sono già realtà. Eppure, nonostante tutto, oltre 3.000 buyer statunitensi parteciperanno all’evento veronese, segno che il legame tra vino italiano e mercato americano resta fortissimo.
“Sarà una fiera cruciale, anche per capire come reagire di fronte a questo colpo inatteso”, commenta Giampietro Comolli, piacentino, esperto di economia agroalimentare e direttore di Ovse-Ceves. “Il dazio doganale imposto da Trump rappresenta una scossa per tutto il sistema europeo. Serve un cambio di passo, e Vinitaly può diventare il luogo simbolo di questa trasformazione”.
Il provvedimento colpisce indistintamente tutti i vini dei 27 Paesi UE: “Parliamo di una maggiorazione applicata sul prezzo di fattura – spiega Comolli – quindi una bottiglia da 100 dollari, una volta sdoganata, arriverà a 120. Per i grandi vini non sarà un problema, ma per le etichette da 15-20 dollari il rincaro potrebbe frenare i consumi. La vera domanda è: chi assorbirà il dazio? Il produttore italiano, l’importatore americano, o il ristoratore locale?”
Eppure, proprio la massiccia partecipazione di buyer americani a Vinitaly testimonia che il rapporto col made in Italy enologico è più saldo che mai. “Il vino italiano ha saputo costruire, negli ultimi trent’anni, una credibilità forte negli Stati Uniti – sottolinea Comolli – soprattutto grazie alle denominazioni di origine e alla qualità percepita. Oggi più che mai, è fondamentale proteggere questo patrimonio”.
Comolli guarda oltre la contingenza e lancia un messaggio strategico: “Questo scossone deve servire per rilanciare la presenza italiana in altri mercati: Asia, Canada, Africa, Pacifico. Ci sono almeno 40 Paesi pronti a scoprire il nostro vino. Ma servono nuove strategie, nuovi linguaggi, nuovi approcci culturali. Promuovere non basta: bisogna saper entrare nei costumi locali, parlare alle nuove generazioni di consumatori”.
Anche il mondo politico e istituzionale è chiamato a fare la sua parte. “La nuova Pac europea non ha ancora colto questa rivoluzione. Servono investimenti mirati per sostenere le imprese, puntare su e-commerce, logistica digitale, formazione. E soprattutto servono accordi di collaborazione culturale e commerciale tra produttori italiani e player americani: eventi, esperienze, turismo enogastronomico”.
Vinitaly 2025 sarà dunque un banco di prova. “L’Italia è il primo esportatore mondiale di vino. Non può permettersi di subire passivamente. Il rischio non è solo perdere quote di mercato, ma vedere sfumare un lavoro lungo decenni. Serve una regia europea forte, compatta, che parli una sola lingua. Basta divisioni e burocrazie lente”.
Infine, una riflessione: “Aumenti di 4-6 euro a bottiglia non faranno crollare il sistema. Ma è la prima volta che succede, e deve far riflettere. L’economia non cresce all’infinito, e nemmeno il commercio è garantito per sempre. Vinitaly è il momento giusto per capirlo e agire”.
(Immagine Vinitaly 2024)