Pubblichiamo qui di seguito secondo articolo scritto dalle studentesse del liceo Gioia Maddalena Del Forno, Matilde Tassi, Gioia Del Core e Ginevra Mazzocco (4GL, Liceo Gioia) come restituzione di una conferenza tenuta da Eugenio Gazzola e Fabio Milana sui Quaderni piacentini, che quest’anno sono oggetto di un progetto di approfondimento al Liceo Gioia.
Lo scorso 3 dicembre circa quattrocento studenti del triennio del Liceo Gioia hanno incontrato, presso Laboratori Aperto (ex Chiesa del Carmine), l’intellettuale piacentino Eugenio Gazzola e il professore Fabio Milana, ex docente del Liceo. Il primo è autore del docufilm “I Quaderni Piacentini” prodotto nel 2019 dall’Istituto di Storia Contemporanea di Piacenza in collaborazione con la regione Emilia-Romagna; il secondo è ricercatore ed esperto della rivista Quaderni Piacentini. I due sono intervenuti per riflettere sulla storia dell’editoriale politico-culturale nato nel ’62 a Piacenza, ma capace di parlare all’Italia intera. L’incontro, organizzato dal dipartimento di Lettere del liceo, nell’ambito degli approfondimenti storico-letterari e di educazione civica, è diventato occasione per interrogarsi non solo su una rivista emblema della storia politica italiana passata, ma anche sul nostro presente: lavoro, libertà, spazi e tempo che oggi si “dedicano” al pensiero critico.
La conferenza è stata la seconda tappa di un percorso formativo che ha visto, nel primo incontro, la presenza di Giovanni d’Amo, intellettuale locale e già docente di Storia e Filosofia. A dare il via alla conferenza del 3 dicembre è stato l’assessore alle politiche giovanili del Comune di Piacenza, Francesco Brianzi che ha evidenziato l’eredità che i QP hanno lasciato nella nostra città. È proprio agli studenti che l’assessore ha lanciato un invito, quello di riscoprire la competenza comunicativa ed informativa della politica perché fare politica significa essere “dirompenti e trasformativi” e promuovere quei valori che oggi si danno spesso per scontati: la cittadinanza attiva e l’impegno civico.
Successivamente, Eugenio Gazzola è intervenuto per introdurre il contesto sociopolitico e il fervore culturale all’interno dei quali si sono inseriti i QP. Quella del ’62, infatti, è un’Italia in pieno boom economico, attraversata da agitazioni politiche, tensioni giovanili e profondi cambiamenti strutturali sul fronte sociale e tecnico-economico. Tra il ’45 e il ’75, nel nostro Paese si realizza, dunque, una “crescita vertiginosa”: il PIL cresce del 5-6% l’anno; si costruiscono scuole, fabbriche, infrastrutture come l’Autostrada del Sole; la ricchezza circola più di prima determinando una redistribuzione capillare delle risorse economiche ed un aumento rapido della produzione industriale e dei consumi.
Se l’economia italiana fermenta in tutta la penisola, il mondo è diviso in due blocchi: da una parte quello “atlantico”, retto sull’alleanza tra Europa occidentale e Stati Uniti caratterizzato da un’economia capitalistica, dall’altra il blocco comunista guidato dall’Unione Sovietica basato su un’economia pianificata. Gazzola ricorda che questi sono gli anni in cui gli Stati Uniti iniettano in Europa miliardi di dollari per ricostruire le potenze europee, mentre l’URSS, agli occhi di molti giovani, si presenta come il primo paese al mondo in cui il necessario viene garantito a tutti: sanità e scolarizzazione gratuite, apparente uguaglianza sociale. Soltanto quando si riconoscerà chiaramente che il costo umano pagato è inestimabile e sofferto (nel 1956 Nikita Chruscev denuncia i crimini dello stalinismo) l’URSS perderà la sua carica attrattiva.
Nel frattempo, l’interesse per la produzione industriale, gli investimenti economici e le “sacche di ingiustizia politica” monopolizzano il teatro geopolitico del “miracolo economico”: è proprio in questo contesto che nascono i Quaderni piacentini, definiti dal relatore come una vera e propria “comunità intellettuale” dove “i membri della redazione sono visibili al lettore e possono interloquire anche nel silenzio letterario”. I QP prendono vita in quanto strumento “trasparente” di incisione della tela geopolitica che caratterizza gli ultimi anni del Novecento. Il paragone con le riviste attuali ne evidenzia la differenza lampante: “oggi siamo circondati da quotidiani e abbonamenti digitali, ma le riviste non sono più identificabili come una serie di persone, i lettori si interfacciano con un mondo editoriale “all’oscuro” non conoscendo autori, pensieri e formazioni culturali.”
A differenza di tante riviste contemporanee, i membri della redazione dei QP sono riconoscibili, hanno un volto, una storia e, attraverso i loro articoli, dialogano con i lettori. Grazia Cherchi stessa, ricorda Gazzola, voleva instaurare un “rapporto diretto con i giovani lettori e trasmettere un messaggio giovanile e universale, che parlasse direttamente alla voce delle nuove generazioni” e potesse amplificare le loro grida.
Gli intellettuali che ruotano attorno al tavolo dell’editoriale, per di più, non fanno un solo mestiere: sono la voce dei giovani, scrivono articoli e poesie, collaborano con case editrici, giornali e università. Molti di loro sono anche traduttori: recuperano, quindi, il potere arricchente e formativo della traduzione, in un Paese appena uscito da vent’anni di isolamento fascista, che aveva tagliato i ponti con la filosofia, la narrativa e la saggistica straniere. Spiccano le figure di intellettuali influenti come Franco Fortini e Cesare Cases, grazie ai quali intere generazioni entrano in contatto con testi decisivi del pensiero europeo, ma anche Edoarda Masi, bibliotecaria e collaboratrice dei QP, che impara il Cinese sul campo e invia a Piacenza preziose corrispondenze storicopolitiche.
Gazzola prosegue: nel ‘68 la parola d’ordine dei QP non è distruggere le istituzioni, ma “marciare attraverso le istituzioni”: entrarvi, cambiarle dall’interno, rivendicare i diritti degli studenti e dei lavoratori.
Dopo il ’69, pertanto, i QP si “auto-rinnovano”, aprendosi ad una seconda e terza stagione divulgativa coincidente con il decennio più intenso della storia politica italiana, il decennio delle conquiste che ancora oggi costituiscono l’ossatura dei nostri diritti sociali. Gli anni Settanta rappresentano, infatti, la grande stagione delle riforme: Statuto dei lavoratori, riforma sanitaria (creazione SSN), nascita delle figure dei tecnici professionali, abolizione dei manicomi, leggi su divorzio, revisione del diritto di famiglia, nuovo approccio alla malattia psichiatrica, attenzione alla tutela ambientale. Al tempo stesso emergono il femminismo, la lotta per l’uguaglianza e la giustizia di genere, ed iniziano a diffondersi le prime sensibilità ecologiche; temi che la sinistra tradizionale fatica a comprendere e che anche i QP e la “nuova sinistra” intercettano con un po’ di ritardo.
“La politica ridefinita. Note sul movimento studentesco” di Carlo Donolo (QP n. 35, 1968), “Contro l’università” di Guido Viale (QP n. 31, 1967) e “Il desiderio dissidente” di Elio Facchinelli (QP n. 33, 1968) nascono sulle pagine della rivista piacentina e diventano i tre testi emblematici per comprendere i tumulti operaio-studenteschi del ‘68 oltre che l’occupazione di Palazzo Campana a Torino e per relazionarli con la nuova critica psichiatrica e psicoanalitica emergente, quella del “desiderio dissidente” (spinta anticonformistica ad agire per il cambiamento, attraverso le proteste). Alimentano, per tutto il decennio degli anni ’70, scioperi, assemblee e scontri su scala nazionale.
Tuttavia, non sono solo articoli, ricerche e pubblicazioni a lasciare un’impronta impattante e significativa: anche il cinema ha un compito centrale. Ha una funzione educativa, diventa “scuola di vita”: le sale cinematografiche si trasformano in luoghi di formazione, confronto, scoperta delle varie “posture culturali” e anche di dibattito politico. È la dimostrazione di come la cultura, in quegli anni, non sia un lusso per pochi, ma uno strumento collettivo per leggere il mondo e provare a cambiarlo.
Nella seconda parte della mattinata, il professore Fabio Milana si sofferma sulle figure dei due fondatori della rivista, Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio, proponendo una digressione storica sulla concezione passata e presente del sistema-lavoro in senso lato e, nello specifico, dell’impegno intellettuale. Infine, si rivolge direttamente ai giovani piacentini per invitarli a mantenerlo vivo.
Gazzola lo aveva già accennato: “Bellocchio e Cherchi provengono entrambi da famiglie borghesi piacentine. La loro scelta di dedicarsi interamente alla rivista è una forma di ribellione contro la rigida “morale borghese” che, con i QP, diventa una vera e propria rivoluzione politica e una propria forma di fare cultura”.
Milana interviene e afferma che, quando Cherchi e Bellocchio decidono di attivarsi politicamente tramite la rivista, negli anni ’60, il modello tradizionale di successo si basa sul lavoro stabile e sul prestigio sociale. Grazia Cherchi, definita la “zarina” dell’editoria per il suo occhio critico, severo ma lucido, lavora per anni dietro le quinte: scrive, legge, corregge, revisiona, consiglia, assiste i giovani autori. Il suo obiettivo è dare voce ai ragazzi e alle ragazze, alle loro inquietudini, alle loro domande. Bellocchio, il volto – “frontline” – pubblico dei Quaderni Piacentini, saggista altrettanto perspicace e acuto, e Goffredo Fofi, che poi fonderà riviste come Ombre rosse e Gli asini, contribuiscono a rendere i QP uno spazio libero, autogestito, in cui non ci si scambia “favori lavorativi” ma idee mobilitanti. Dunque, i Quaderni piacentini germogliano: Grazia e Piergiorgio, entrambi non laureati e “venuti su da sé”, riescono a portare sulla scena politica internazionale una rivista locale, piacentina, nata in un mondo “pre-digitale con macchine da scrivere e fotocopiatrici difettose”, ricorda Milana.
Diversamente dal contesto in cui prendono vita i QP, oggi siamo abituati a definire noi stessi a partire dalla nostra professione. Milana lancia una provocazione: “Che cosa sono io se non posso definirmi in termini professionali? Al giorno d’oggi, non sono niente. Viviamo nella civiltà del lavoro, dove l’identità personale e sociale di ognuno si fonda spesso sulla dimensione lavorativa”.
Se è vero che il lavoro ha costituito nel tempo una colonna portante della società, evidenzia Milana, è altrettanto evidente che il suo significato e la sua centralità si sono profondamente trasformati nel corso della storia. Durante gli anni dei QP molti giovani hanno costruito la propria identità attraverso il pensiero critico, non per forza attraverso una carriera o (l’incertezza di) un posto lavorativo. Era un tempo di forte indipendenza e, soprattutto, di relazioni interpersonali non filtrate dalla “distanza del mondo digitale”.
Andando a ritroso nel tempo, nella civiltà latina, fra le gentes romane, esisteva ancora un’idea di otium, per cui “l’attività lavorativa” si basava sul costruire ed edificare la propria persona attraverso lo studio autonomo e il pensiero libero. In tempi recenti, Tomasi di Lampedusa, nel suo Gattopardo (1958), descrive una società in cui il lavoro non è al centro dell’esistenza, ma in cui a contare sono le origini, il nome, la propria terra. Per di più, figure influenti del XX secolo come Cassola, Moravia e Pasolini coltivavano, attraverso la scrittura, una forma di critica sociale, culturale e politica, spesso autogestita e libera, contro una società di massa in cui l’industria culturale e i mezzi di comunicazione, come la televisione, assumevano un ruolo centrale. La loro attività intellettuale aveva un alto valore letterario e non era assoggettata ai condizionamenti imposti dal mercato o dallo Stato.
Oggi parlare di libertà intellettuale e di intellettuali liberi significa riaffermare un’idea laica di civiltà, quella che si tramanda tramite la memoria collettiva, quella che non solo tesse l’elogio dei “grandi della Storia” ma anche il ricordo di persone comuni che si sono attivate in campo civico in maniera audace, incisiva ed efficace, proprio come hanno fatto Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio.
Fabio Milana, a chiusura della conferenza, ha esortato le studentesse e gli studenti piacentini a godersi l’otium degli anni del liceo e dell’università, ovvero della vita pre-lavorativa, in quanto tempo prezioso in cui si può studiare, riflettere, coltivare le proprie passioni e libertà senza essere ancora imprigionati del tutto nella logica della produttività lavorativa. Questi sono momenti essenziali ed indispensabili per potere scoprire sé stessi, crescere insieme e potere fomentare, come ci ricorda Piergiorgio Bellocchio, la “fame di esperienza”.
L’incontro sui Quaderni Piacentini, dunque, ha ricordato ai giovani di oggi proprio questo: l’importanza di sviluppare uno sguardo libero e di partecipare alla vita culturale come protagonisti, non solo come spettatori. Ora tocca alle nuove generazioni decidere se l’eredità della rivista piacentina sarà solo un ricordo oppure l’inizio di un nuovo modo di pensare la politica, il lavoro, la cultura e la libertà.




