Brillante lezione di Antonio Iommelli al PalabancaEventi sul ruolo simbolico delle statue equestri come strumento di legittimazione del potere dei sovrani. La conferenza si inserisce tra le iniziative collaterali alla mostra della Banca di Piacenza sul genio di Francesco Mochi, visitabile fino all’ultimo weekend.
L’importanza e il significato delle statue equestri nell’età moderna è stato il tema centrale della lezione tenuta da Antonio Iommelli, direttore dei Musei Civici di Palazzo Farnese, al PalabancaEventi (Sala Panini). L’incontro rientra nelle iniziative collaterali alla mostra “Piacenza e i suoi Cavalli”, di cui Iommelli è curatore scientifico. In considerazione dell’ampio interesse suscitato, la Banca di Piacenza ha deciso di prorogarne la durata fino a domenica 25 gennaio.
«Piacenza voleva diventare una seconda Roma – ha spiegato il relatore – e il monumento equestre serviva ai sovrani per dichiararsi discendenti dell’antica Roma, ispirandosi alla statua a cavallo dell’imperatore Marco Aurelio». Ranuccio I Farnese, duca di Parma e Piacenza dal 1592 al 1622, cercava di far erigere un monumento a suo padre Alessandro per consolidare la casata, minacciata da possibili congiure. L’ingresso della moglie Margherita Aldobrandini in città fu più volte rimandato proprio per ragioni di sicurezza. Dopo aver scartato la proposta del Malosso – che ricordava troppo la statua di Ferrante Gonzaga a Guastalla, collegata a congiure passate – fu scelto Francesco Mochi.
«Il Mochi fu scelto innanzitutto perché era toscano e i toscani erano considerati i migliori – ha spiegato Iommelli – e perché veniva da Roma, dove aveva come protettore Mario Farnese, che agevolò la commissione piacentina». L’artista di Montevarchi operò a Piacenza dal 1612 al 1629 e compì viaggi in Veneto e in altre città per studiare esempi equestre come il Gattamelata di Donatello a Padova, risolvendo problemi tecnici e stilistici. Mochi si ispirò anche a Giambologna, autore del monumento a Cosimo I de’ Medici a Firenze, con cui collaborò spesso Pietro Tacca.
Dopo aver mostrato esempi di come l’arte equestre avesse influenzato anche la pittura, Iommelli ha concluso ricordando il ritorno di Mochi a Roma nel 1629, dopo aver terminato i Cavalli di Piacenza. Il rientro non fu facile: dovette confrontarsi con l’ostilità del Bernini e l’irritazione del papa Barberini, che non gli aveva perdonato il ritardo nella realizzazione della statua della Santa Marta per la Cappella Barberini in Sant’Andrea della Valle. Successivamente, nel 1640, Mochi completò la Santa Veronica nella cupola di San Pietro in Vaticano, considerata il suo capolavoro della maturità.




