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Il Crocifisso del detenuto domani al carcere di Piacenza

L’opera è stata realizzata con materiali di scarto da un detenuto di Tolmezzo e benedetta da papa Leone XIV. Sarà esposta come segno di speranza e rinascita

Il Crocifisso del detenuto è arrivato nei giorni scorsi al Collegio Alberoni. È rimasto esposto al piano terreno, ai piedi dello scalone monumentale, accolto dalla comunità alberoniana come una presenza silenziosa e insieme potente. Venerdì 20 febbraio lascerà il Collegio per entrare alla Casa circondariale di Piacenza, dove incontrerà i detenuti in un momento di preghiera e riflessione alla presenza di mons. Adriano Cevolotto, di don Adamo Affri e di padre Claudio Santangelo.

L’opera, alta due metri, colpisce prima ancora di essere compresa. È fatta di materiali poveri, fragili, quotidiani: centottantasei giornali per la croce, ventotto cartoncini “finali” della carta assorbente per lo scheletro, otto cartoncini dei rotoli di carta igienica per i chiodi; un mocio per capelli, barba e ciglia; un lenzuolo per rivestire e dare forma al corpo. Una grammatica della precarietà che diventa linguaggio artistico e spirituale.

A realizzarla è stato G.C., detenuto nel carcere di Tolmezzo. La croce l’ha dipinta con zucchero, caffè e farina; per il corpo di Gesù ha riscaldato acqua e orzo in polvere, stendendo il colore con un pennello da barba fornito dall’istituto penitenziario. Ha utilizzato ciò che, agli occhi di molti, non vale nulla. Ed è proprio qui il cuore simbolico dell’opera: trasformare lo scarto in segno, la marginalità in bellezza, l’errore in possibilità di redenzione.

Padre Claudio Santangelo, missionario vincenziano e cappellano nel carcere di Tolmezzo, che ha accompagnato la realizzazione del Crocifisso, sottolinea come chi vive dietro le sbarre sia spesso percepito come uno “scarto” della società. Ma la misericordia non conosce scarti: ciò che è rifiutato può diventare nuovo, prezioso, capace di parlare al cuore di tutti.

Il Crocifisso del detenuto non è soltanto un’opera d’arte: è una testimonianza. Lo dimostrano le parole dello stesso autore, affidate al settimanale diocesano di Udine:

“Dopo anni chiuso in una stanza, isolato da tutti, nel leggere la Bibbia si aprirono le porte del cuore verso la fede. Leggendo alcuni versetti, in me sentivo la sofferenza di Nostro Signore Gesù, ed oggi, ecco che devo la mia vita a Lui.
L’opera che vedete: Il crocifisso, nasce da una visione. Non mi aspettavo di creare opere con scarti riciclati, ma di certo sono stato aiutato da Lui stesso. Come dipingerlo, non avendo la pittura? La croce l’ho dipinta con zucchero, caffè e farina. Per il corpo di Gesù ho riscaldato acqua e orzo in polvere, dipingendo tutto con un pennello da barba che ti offre l’istituto penitenziario al momento che entri.
Un giorno si apriranno anche per me queste porte fredde e gelide, e a voi che leggete le mie parole: non giudicatemi perché sono un detenuto, anzi… è da detenuto che mi sono reinserito nella giusta società.”

Parole che non chiedono indulgenza, ma uno sguardo diverso. Non la rimozione dell’errore, bensì il riconoscimento di un cammino. Il Crocifisso del detenuto porta impressa questa tensione: il dolore della condanna e insieme la speranza della rinascita.

L’opera ha già compiuto un passaggio altamente simbolico. Il 14 dicembre scorso è stata portata nella basilica di San Pietro in Vaticano, in occasione del Giubileo dei detenuti, ed è stata presentata a papa Leone XIV, che l’ha benedetta. Da lì ha iniziato un viaggio attraverso l’Italia, fino ad approdare ora a Piacenza.

Nel suo entrare in carcere, venerdì, il Crocifisso tornerà idealmente nel luogo da cui è nato. Non come oggetto da contemplare, ma come segno di prossimità. Una croce fatta di carta, zucchero, caffè, orzo. Materia fragile, come fragile è la vita quando inciampa. Eppure capace di reggere il peso di una domanda radicale: è possibile che anche ciò che sembra perduto possa essere salvato?

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