HomeArchivioBarocco e Classicismo nell’architettura a Piacenza (1620-1748)

Barocco e Classicismo nell’architettura a Piacenza (1620-1748)

Il nuovo studio di Valeria Poli, pubblicato dalla casa editrice Lir, tratta del periodo che in sede locale si colloca tra la peste manzoniana (1630) e la Pace di Aquisgrana (1748) che determina i nuovi equilibri politici seguiti all’estinzione dei Farnese. Corrisponde ad un periodo artistico che, dopo aver vissuto una lunga fase di considerazione ampiamente negativa, ha conosciuto in tempi recenti una rivalutazione alla luce di un mutato approccio storiografico. E’ tradizionalmente qualificato come Barocco termine che, per lungo tempo, ha identificato un’epoca e, quindi, la totalità della produzione artistica. La considerazione negativa è stata, in origine, determinata da un giudizio negativo per qualunque espressione artistica ritenuta anticlassica, come nel caso del Manierismo, per passare poi alla rilettura ideologica che lo ha identificato come lo stile dell’Ancien Regime che, in un’ottica romantica, rappresentava il simbolo di un potere che aveva cancellato le libertà municipali identificate con lo stile medioevale.

L’indagine, volta a identificare soprattutto gli aspetti di continuità rispetto a quelli di rottura con il passato, ha permesso di ricostruire la complessità della produzione artistica, e architettonica in particolare, che testimonia il proseguire delle due anime, identificate già nella civiltà della Maniera, del classicismo e dell’anticlassicismo. L’autrice ritiene che l’inaugurazione dei monumenti equestri farnesiani, tra il 1620 e il 1625, abbia coinciso con una nuova ottica di conquista della città da parte del potere ducale testimoniando, al contempo, la convivenza di due ricerche artistiche complementari: classicismo accademico e Barocco. Come aveva già avuto occasione di affermare in precedenti studi, ritiene che il ducato farnesiano sia distinguibile in due periodi distinti corrispondenti all’influenza di artisti stranieri capaci di interpretare la politica artistica dei principi in stretto legame con il cantiere del palazzo Farnese. Dopo l’età del Vignola, chiamato da Margherita d’Austria per avviare nel 1561 il cantiere, bisogna aspettare l’età dei Bibiena, attivi nella ripresa del cantiere, dal 1670, chiamati da Ranuccio II. L’influenza degli architetti e scenografi di corte arriva a condizionare le scelte in ambito locale proponendo una reinterpretazione emiliana del lessico baroc­co. E’ proprio il modello scenografico di origine bolognese, mutuato dalla dinastia dei Bibiena, che trasforma la città di Piacenza, tra XVII e XVIII secolo, a partire da Ferdinando a servizio del duca per ben ventotto anni: il duca Ranuccio II chiama infatti Ferdinando nel 1680 e suo fratello Francesco nel 1682 ai quali si affianca il figlio di Ferdinando, Antonio.

Particolare attenzione è stata riservata agli aspetti economici, politici e sociali che hanno determinato la trasformazione di Piacenza in “città di palazzi” indagando anche le figure professionali coinvolte e la loro progressiva specializzazione dedicando alcune significative schede biografiche. Si ricordano, a titoli di esempio, Giuseppe Cozzi, Domenico Cervini, ma anche Giacomo degli Agostini. Schede monografiche sono state anche dedicate ad alcuni edifici, chiese e palazzi, ritenuti significativi per la ricostruzione del percorso stilistico.

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