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Il Vuoto di un uomo e della giustizia: al Bobbio Film Festival il “Portobello” di Bellocchio

Una serie TV che rilegge una tra le pagine più buie della storia giudiziaria italiana specchiando l’Italia al salto tra anni Settanta ed Ottanta con una figura, quella del presentatore Enzo Tortora, finita per essere accostata agli ambienti malavitosi di stampo camorristico

Al Bobbio Film Festival la rassegna si apre con i primi tre episodi della mini-serie, per la regia di Marco Bellocchio: un viaggio che riporta la platea agli splendori (e alle miserie) della televisione capace di trasformarsi in polo di attrazione per interi gruppi famigliari davanti a “Portobello”.
Lo schermo prima in bianco e nero e poi a colori, con Enzo Tortora (Fabrizio Gifuni, per il quarto anno consecutivo al Film Festival) che si trasforma, quasi inconsapevolmente ed al contempo con un fardello sempre più importante sulle spalle, in simbolo del venerdì sera italiano.
L’Italia(nità) intera si mescola in un tubo catodico con un numero di spettatori sempre crescente, la spasmodica attesa per quello che potrebbe succedere nella prossima puntata: nel mentre il paese evolve, e crolla con il Terremoto dell’Irpinia mentre l’occhio della criminalità resta sempre fisso sul denaro e il camorrista Giovanni Pandico (Lino Musella, l’anno scorso a Bobbio sullo schermo con “Nonostante”) che tenta, in ogni modo possibile, di rendersi non trasparente agli occhi del boss Raffaele Cutolo (Gianfranco Gallo).
Ed è proprio il pentimento – o la “scissione” di Pandico e Barra (Massimiliano Rossi) – a proiettare Enzo Tortora dalla prima serata ed un potenziale importante contratto con la RAI alle manette nel contesto di un’indagine anti-mafia che vede indagate più di ottocento persone. Lo stesso paese che si dava appuntamento il venerdì sera si ritrova spaccato mentre “Portobello” senza trascurare la cronaca ripercorre l’Odissea personale di Tortora che finisce invischiato in un viaggio dove ogni porta sembra chiudersi senza chiave: è qui che Bellocchio racconta della tragicommedia della vicenda tra tribunali che non dispongono nemmeno di macchine da scrivere sufficienti, magistrati che non vogliono riconoscere i propri errori e maschere di carnevale che indossano la toga dei giudici requirenti mentre danzano negli androni di un carcere.
Nel tempo speso in carcere e in ospedale Tortora tocca con mano la dimensione umana del sé e dell’altro: un “altro” che non resta mai uguale a sé stesso e che inizia a mettere in discussione quello che sembrava un dogma, una vittima che sembrava predestinata dal suo stesso successo a dover cadere nel vuoto. Ed è da un circo di paese, dal suo effimero, che sembra poter nascere il riscatto di un uomo. Nella serata del 1 agosto al Bobbio Film Festival la seconda parte della serie.

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