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Caso Youssef Siher, l’UCOII: «La responsabilità è individuale, non si accusi un’intera comunità»

Dopo il fermo del presunto ideatore del Movimento 17 ottobre e le polemiche sull’estremismo islamico, l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia interviene contro le generalizzazioni e richiama il ruolo dell’informazione

Il fermo di Youssef Siher, il trentenne di origini marocchine ritenuto dagli investigatori il presunto ideatore del Movimento 17 ottobre, ha riacceso il dibattito sui rapporti tra estremismo politico, violenze di piazza e Islam. Siher, al centro delle indagini sugli scontri di Milano, è accusato di istigazione a delinquere e di altri reati, tra cui ipotesi legate al terrorismo.

In questo clima di polemiche si inserisce la presa di posizione dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII), che, pur senza fare esplicito riferimento al caso, denuncia il rischio di trasformare le responsabilità dei singoli in un giudizio su un’intera comunità religiosa. L’associazione ribadisce il diritto di criticare anche duramente l’Islam e le sue organizzazioni, ma invita politica e informazione a evitare generalizzazioni che possano alimentare pregiudizi e discriminazioni.

Di seguito il comunicato integrale.

UCOII: «La responsabilità è individuale. Non si metta sotto accusa un’intera comunità religiosa»

Trasformare fatti e responsabilità personali in un giudizio sull’Islam e sui musulmani alimenta stereotipi, paura e divisioni. La libertà di critica va difesa; la colpa collettiva va respinta.

25 ottobre 2026 — L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia esprime profonda preoccupazione per il ripetersi, nel dibattito pubblico e in una parte dell’informazione, di narrazioni che trasformano le condotte di singole persone in un giudizio su un’intera comunità religiosa.

Quando un fatto di cronaca o un comportamento individuale vengono ricondotti automaticamente all’Islam, milioni di persone finiscono sul banco degli imputati per azioni che non hanno commesso. Questo meccanismo sostituisce i fatti con gli stereotipi e trasforma l’appartenenza religiosa in una presunzione di colpa.

La responsabilità, in uno Stato di diritto, è personale. Nessuno dovrebbe rispondere delle azioni di chi condivide soltanto, realmente o presumibilmente, la sua fede. Non è una concessione a una minoranza, ma un fondamento della convivenza democratica.

L’UCOII ribadisce che l’Islam, le organizzazioni islamiche e le scelte dei loro rappresentanti possono essere criticati, anche duramente. La libertà di espressione e di stampa deve essere tutelata senza ambiguità.

Ma criticare significa discutere fatti, idee e responsabilità precise. È cosa diversa dall’usare parole, titoli o immagini che presentano i musulmani come un corpo estraneo o una minaccia indistinta. Descrivere la partecipazione civile come infiltrazione, una richiesta di diritti come imposizione o un episodio individuale come prova contro una religione non informa: costruisce un sospetto collettivo.

Quando la diversità viene descritta come pericolo e una sola identità culturale come l’unica legittimata ad appartenere al Paese, prende forma un fanatismo culturale che indebolisce la convivenza. Le parole possono aiutare a comprendere oppure preparare il terreno alla diffidenza e all’esclusione.

Chiediamo al mondo dell’informazione di verificare, contestualizzare e distinguere le condotte individuali dalle identità collettive. Chiediamo alla politica di non usare l’islamofobia come strumento di consenso e di non trasformare cittadini, famiglie, lavoratori e giovani in bersagli della propaganda.

Alle istituzioni e alla società civile chiediamo di respingere ogni estremismo: quello religioso, che abbiamo sempre condannato, e quello culturale, che pretende di stabilire chi sia degno di appartenere all’Italia. Nessun estremismo si combatte alimentandone un altro.

L’UCOII continuerà a intervenire quando la critica oltrepasserà il confine della responsabilità individuale per colpire una comunità religiosa. Lo farà nel confronto pubblico e, quando ne ricorreranno i presupposti, nelle sedi deontologiche e giuridiche competenti, valutando ogni caso nel rispetto della libertà di espressione.

L’Italia deve affrontare i problemi reali senza fabbricare nemici. Sicurezza e coesione sociale si costruiscono riconoscendo le responsabilità individuali, contrastando ogni violenza e difendendo la dignità di tutti.

Il Presidente dell’UCOII, Yassine Baradai, dichiara:

«Non chiediamo immunità dalla critica e non vogliamo sottrarre nessuno al giudizio sui propri comportamenti. Chiediamo il contrario: che ciascuno risponda di ciò che fa e che nessuna fede venga trasformata nel capo d’accusa contro milioni di persone. Generalizzare non rende l’Italia più sicura; la divide. La responsabilità individuale, la precisione delle parole e il rispetto della dignità umana sono la base di una convivenza libera e matura.»

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