HomeAmbienteBrugneto, la guerra dell'acqua divide anche il centrosinistra: Salis contro l'accordo di...

Brugneto, la guerra dell’acqua divide anche il centrosinistra: Salis contro l’accordo di de Pascale

Il ricorso al TAR del Comune di Genova riapre una controversia lunga oltre sessant'anni. La diga del Brugneto rappresenta un «furto d'acqua» ai danni del territorio piacentino? Dalla costruzione dell'invaso alle concessioni, fino ai cambiamenti demografici e industriali di Genova, la storia di una disputa mai risolta

La guerra dell’acqua tra Genova e Piacenza torna a riaccendersi. E questa volta, oltre a mettere di fronte due territori che da più di sessant’anni si contendono una parte delle risorse idriche del Trebbia, apre una frattura politica all’interno dello stesso centrosinistra. Il Comune di Genova, guidato da Silvia Salis, ha presentato ricorso al Tar della Liguria contro l’accordo raggiunto il 28 luglio scorso tra le Regioni Liguria ed Emilia-Romagna per aumentare i rilasci d’acqua dalla diga del Brugneto verso la Valtrebbia.

Un’intesa che sembrava aver trovato un punto di equilibrio tra le esigenze idropotabili genovesi, quelle agricole piacentine e la tutela ambientale del fiume. A sottoscriverla erano stati il presidente della Liguria Marco Bucci, esponente del centrodestra, il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale, del Partito Democratico, e il segretario generale dell’Autorità di bacino distrettuale del Po Alessandro Delpiano.

Ora a contestarla è proprio un’amministrazione di centrosinistra, quella di Salis, che si trova politicamente sullo stesso versante di de Pascale e del sindaco di Piacenza Katia Tarasconi. Una contrapposizione che rende ancora più delicata una vicenda già complessa sul piano tecnico e amministrativo.

Il ricorso mette infatti in discussione un accordo che avrebbe dovuto garantire alla Valtrebbia almeno quattro milioni di metri cubi d’acqua durante la stagione irrigua, dal 15 maggio al 15 settembre, contro i 2,5 milioni previsti dal precedente regime. Una quantità incrementabile in particolari condizioni di siccità, nel rispetto dei meccanismi di salvaguardia dell’approvvigionamento genovese.

Il ricorso di Genova: contestati l’accordo e le procedure

L’amministrazione genovese chiede al Tribunale amministrativo regionale l’annullamento del verbale della riunione del 28 luglio, durante la quale era stato condiviso lo schema dell’accordo di programma per la gestione dei rilasci idrici. La contestazione riguarda anche il contenuto dell’intesa e la successiva trasmissione degli atti, avvenuta il 4 agosto, ai ministeri competenti.

Il ricorso è stato presentato nei confronti dell’Autorità di bacino distrettuale del Po, dell’Autorità di bacino dell’Appennino Settentrionale e delle Regioni Liguria ed Emilia-Romagna, coinvolgendo inoltre i ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture, il Comune e la Provincia di Piacenza.

Uno dei punti contestati riguarda le garanzie previste per l’approvvigionamento idropotabile della città ligure. L’accordo stabilisce che i rilasci verso il Trebbia debbano rispettare una curva di controllo dei livelli dell’invaso, pensata per preservare le riserve necessarie a Genova. È tuttavia prevista la possibilità di deroghe motivate, previa verifica delle disponibilità e delle eventuali fonti alternative.

Secondo la posizione sostenuta dal Comune di Genova, questo meccanismo non offrirebbe garanzie sufficientemente definite, soprattutto per quanto riguarda le condizioni e i costi di utilizzo delle fonti sostitutive.

Viene inoltre contestato il richiamo all’articolo 158 del decreto legislativo 152/2006, ritenuto improprio rispetto al regime della concessione. È una questione giuridica tutt’altro che secondaria, perché investe il rapporto tra la disciplina delle concessioni idriche, le competenze delle amministrazioni coinvolte e la possibilità di subordinare il rinnovo della concessione a un’intesa tra le due Regioni.

Non si tratta dunque soltanto di stabilire quanti metri cubi d’acqua debbano raggiungere il Trebbia, ma anche di individuare gli strumenti amministrativi attraverso i quali disciplinare questi trasferimenti.

Sul versante piacentino la prima risposta istituzionale è arrivata dalla Provincia, che ha annunciato l’intenzione di costituirsi in giudizio per contrastare il ricorso genovese. Una decisione che conferma la rilevanza attribuita all’accordo raggiunto in estate e la preoccupazione per un contenzioso che potrebbe rallentarne l’attuazione.

Vignali (Forza Italia): «Salis difende un privilegio ingiusto»

La prima reazione politica è arrivata da Pietro Vignali, presidente del gruppo Forza Italia in Assemblea legislativa e segretario regionale del partito, che attacca direttamente Silvia Salis e chiama in causa il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale e l’assessore regionale Irene Priolo.

«Il ricorso della sindaca Silvia Salis contro il nuovo accordo sui rilasci della diga del Brugneto è un atto grave che rischia di penalizzare il territorio piacentino, gli agricoltori e l’ambiente della Val Trebbia pur di difendere un privilegio che Genova pretende di conservare da anni».

Vignali contesta innanzitutto la mancanza, a suo giudizio, di informazioni sufficientemente trasparenti sulle effettive necessità idriche della città ligure.

«La città metropolitana di Genova continua a rivendicare per il suo territorio quantità d’acqua senza che siano mai stati messi a disposizione dati chiari, aggiornati e verificabili sui reali fabbisogni idropotabili. Al contrario, sul versante piacentino i numeri sono noti e documentano esigenze concrete per l’agricoltura, per la tutela del Trebbia e per la salvaguardia ambientale».

L’esponente di Forza Italia introduce poi un elemento destinato ad alimentare ulteriormente la polemica: il possibile interesse economico collegato alla produzione di energia idroelettrica.

«Dietro questa ostinazione c’è anche un evidente interesse economico: mantenere maggiori volumi d’acqua nell’invaso significa alimentare la produzione idroelettrica e quindi contribuire agli utili di Iren di cui il Comune di Genova è il principale azionista pubblico».

È un’accusa politica che chiama in causa il rapporto tra l’amministrazione comunale e la società energetica, senza che questo costituisca, di per sé, una prova delle motivazioni del ricorso. Resta però il fatto che l’utilizzo delle acque del Brugneto per la produzione di energia elettrica è previsto fin dall’origine della concessione.

Vignali insiste anche sui dubbi giuridici relativi alla scelta di impugnare un’intesa preliminare, prima del rilascio della nuova concessione.

Ma è soprattutto sul piano politico che il suo intervento si fa più duro.

«A questo punto il governatore Michele De Pascale e l’assessore Irene Priolo devono chiarire da che parte stanno. Con i piacentini, con gli agricoltori dell’Emilia-Romagna e con la tutela ambientale del Trebbia, oppure con la sindaca di Genova, considerata una delle possibili figure emergenti del campo largo nazionale? Gli interessi dell’Emilia-Romagna vengono prima delle convenienze di partito».

E aggiunge: «Se il Partito Democratico sceglierà di sostenere il ricorso di Salis, sarà difficile non concludere che per una parte della sinistra contino più gli equilibri interni che i territori amministrati».

Una guerra dell’acqua che attraversa gli schieramenti

Il paradosso politico è evidente. L’accordo di luglio era stato raggiunto da due presidenti di Regione appartenenti a schieramenti contrapposti: Bucci per il centrodestra e de Pascale per il centrosinistra. A metterlo in discussione è ora Salis, eletta a Genova alla guida di una coalizione di centrosinistra.

Sul versante emiliano-romagnolo, il presidente de Pascale deve difendere un’intesa che la sua amministrazione ha contribuito a costruire, mentre anche Piacenza è amministrata da una maggioranza di centrosinistra guidata da Katia Tarasconi.

La questione non coincide quindi con il tradizionale confronto tra destra e sinistra. Attraversa gli stessi schieramenti, mettendo in evidenza interessi territoriali differenti e, in alcuni casi, difficilmente conciliabili.

Per Genova la priorità dichiarata è garantire la sicurezza dell’approvvigionamento idropotabile. Per Piacenza si tratta di recuperare una maggiore disponibilità d’acqua per l’agricoltura e per il fiume Trebbia, soprattutto durante i mesi estivi.

Ma per capire perché pochi milioni di metri cubi siano diventati oggetto di una controversia così lunga occorre tornare indietro di oltre sessant’anni, quando la diga del Brugneto venne progettata e costruita per soddisfare le necessità di una Genova profondamente diversa da quella attuale.

Alle origini della diga: quando Genova guardava al Trebbia

La storia del Brugneto comincia ben prima della costruzione dello sbarramento. Già negli anni Venti del Novecento Genova aveva individuato nel bacino del Trebbia una possibile risorsa per alimentare il proprio sistema acquedottistico.

La città ligure era allora uno dei maggiori centri industriali italiani. Il porto, i cantieri navali, la siderurgia e le grandi attività manifatturiere richiedevano quantità crescenti d’acqua. Anche la popolazione era in espansione e le previsioni dell’epoca immaginavano una crescita destinata a proseguire per decenni.

Le risorse idriche locali non erano considerate sufficienti a sostenere questo sviluppo. Da qui la scelta di utilizzare anche le acque del torrente Brugneto, affluente del Trebbia, deviandone una parte verso il versante ligure.

Il progetto prese concretamente forma negli anni Cinquanta. La diga venne realizzata tra il 1956 e il 1960, creando un grande bacino artificiale nell’entroterra genovese, nel territorio di Torriglia.

L’opera avrebbe consentito di accumulare circa 25 milioni di metri cubi d’acqua e di convogliarli verso Genova attraverso un sistema di condotte e impianti idroelettrici.

Ma c’era un problema geografico e idrologico fondamentale: il Brugneto appartiene al bacino del Trebbia. Le sue acque, in condizioni naturali, scendono verso la Valtrebbia, attraversano il territorio piacentino e raggiungono il Po.

Con la costruzione della diga, una parte di quelle risorse ha cominciato a essere trasferita artificialmente verso il versante tirrenico, sottraendola al deflusso naturale del sistema fluviale padano.

È qui che nasce la controversia che ancora oggi divide Genova e Piacenza.

La concessione del 1962 e le compensazioni al territorio piacentino

Il passaggio decisivo arrivò con il decreto interministeriale del 12 gennaio 1962, che concesse al Comune di Genova la derivazione delle acque del Brugneto per l’approvvigionamento idropotabile e per la produzione di energia elettrica.

Il disciplinare era stato predisposto nel 1960 e prevedeva alcune misure compensative a favore del territorio piacentino, proprio per la diminuzione delle disponibilità idriche del Trebbia.

Per le prime cinque stagioni irrigue era previsto il rilascio gratuito di 5,3 milioni di metri cubi d’acqua. Negli anni successivi la quantità sarebbe scesa a 2,65 milioni di metri cubi.

Era inoltre previsto un indennizzo una tantum di 625 milioni di lire a favore del Consorzio Ligure Piacentino.

Questi numeri sono particolarmente importanti perché dimostrano che il problema delle conseguenze della derivazione sul territorio piacentino era conosciuto fin dall’origine.

La stessa concessione riconosceva infatti che l’utilizzo delle acque del Brugneto da parte di Genova avrebbe determinato una diminuzione delle risorse disponibili nel Trebbia e che questa riduzione richiedeva forme di compensazione.

Non si trattava quindi di una concessione priva di conseguenze per il territorio a valle, ma di una scelta infrastrutturale che privilegiava le esigenze di approvvigionamento di una grande città industriale, prevedendo contemporaneamente misure per attenuarne gli effetti sul bacino di provenienza.

Da allora il tema della quantità d’acqua da restituire al Trebbia non è mai stato definitivamente risolto.

Dal 1987 i rilasci estivi si fermano a 2,5 milioni di metri cubi

Nel corso dei decenni la disciplina dei rilasci è stata modificata e aggiornata. Con il disciplinare suppletivo del 1987 venne consolidata la quantità di 2,5 milioni di metri cubi da rilasciare durante la stagione irrigua, tra maggio e settembre.

Una misura che è rimasta il principale riferimento per molti anni, pur con accordi integrativi e rilasci aggiuntivi in occasione di particolari situazioni di siccità.

Per comprendere il significato di queste quantità occorre però distinguere due aspetti: l’acqua complessivamente derivata dal bacino del Trebbia verso Genova e quella restituita al fiume durante il periodo estivo.

I 2,5 milioni di metri cubi rappresentano infatti il volume dei rilasci stagionali concordati, non l’intero quantitativo d’acqua intercettato e trasferito dal sistema del Brugneto.

Il problema riguarda quindi il bilancio idrico complessivo del bacino, che deve considerare le derivazioni, i deflussi naturali, le esigenze ambientali e gli utilizzi agricoli.

È anche per questo che la questione non può essere ridotta a una semplice contrapposizione tra l’acqua destinata ai rubinetti genovesi e quella utilizzata per irrigare i campi piacentini.

Il Cassingheno e le ulteriori derivazioni dal bacino del Trebbia

Alla vicenda del Brugneto si aggiunge quella del torrente Cassingheno, un altro corso d’acqua appartenente al bacino del Trebbia.

Negli anni Settanta Genova avanzò richieste per utilizzare ulteriori risorse idriche, integrando il sistema acquedottistico esistente. La questione provocò nuove opposizioni e iniziative istituzionali sul versante piacentino.

Un decreto interministeriale del 1990 disciplinò una derivazione dal Cassingheno, prevedendo limiti quantitativi e specifiche condizioni ambientali. Il provvedimento stabiliva, tra l’altro, un volume massimo annuo di 7,73 milioni di metri cubi e una portata di rispetto a valle della presa.

È un altro capitolo significativo perché conferma come il confronto tra Genova e Piacenza non si sia limitato alla diga originaria, ma abbia riguardato anche le successive possibilità di utilizzo delle risorse del bacino.

La concessione di una derivazione, naturalmente, non dimostra da sola quali quantità siano state effettivamente prelevate negli anni. Per una valutazione completa occorre distinguere le portate autorizzate dai volumi realmente utilizzati e verificare lo stato delle opere.

Una diga progettata per una Genova che non esiste più

È forse questo l’aspetto storico più rilevante per comprendere la discussione attuale.

Quando venne progettata la diga del Brugneto, Genova era una città in forte espansione demografica e industriale. Le previsioni contenute nella pianificazione acquedottistica arrivavano a ipotizzare che la popolazione avrebbe superato il milione di abitanti entro il 2000. La realtà ha seguito una direzione completamente diversa.

Nel 1971 Genova contava 816.872 abitanti. Nel 2023 erano circa 562.422, con una diminuzione di oltre 254mila persone, pari a circa il 31%.

Nel frattempo la città ha attraversato una profonda trasformazione economica. La grande industria pesante ha ridimensionato la propria presenza, numerosi stabilimenti sono stati chiusi o riconvertiti e la struttura produttiva si è progressivamente spostata verso i servizi, la logistica e altre attività.

È quindi legittimo interrogarsi sull’attualità delle previsioni che avevano giustificato, negli anni Cinquanta e Sessanta, la realizzazione di una grande derivazione idrica dal bacino del Trebbia.

Questo non significa che il fabbisogno d’acqua di Genova sia diminuito automaticamente nella stessa proporzione della popolazione. I consumi dipendono anche dalle attività economiche, dalle perdite delle reti, dalle esigenze dei territori serviti e dalla disponibilità di fonti alternative.

Ma significa che i parametri demografici e industriali sui quali si fondava la scelta originaria sono profondamente cambiati.

Ed è proprio su questa trasformazione che si concentra una delle principali richieste provenienti dal territorio piacentino: aggiornare le valutazioni sui fabbisogni effettivi e verificare se la distribuzione delle risorse stabilita oltre sessant’anni fa sia ancora giustificata.

Il ruolo della produzione idroelettrica

Un altro elemento spesso trascurato riguarda la produzione di energia elettrica.

La concessione originaria non prevedeva soltanto l’utilizzo potabile delle acque, ma anche la loro valorizzazione attraverso impianti idroelettrici, tra cui quelli collegati al sistema del Brugneto e alla centrale di Canate.

L’acqua accumulata nell’invaso può quindi avere una funzione ulteriore rispetto all’approvvigionamento dei cittadini.

È su questo aspetto che oggi interviene la critica politica di Pietro Vignali, quando richiama gli interessi economici del gruppo Iren e il ruolo del Comune di Genova nella società.

Va però distinta l’esistenza di un utilizzo idroelettrico, documentato dalla storia delle concessioni, dall’affermazione secondo cui la volontà di preservare ricavi energetici sarebbe alla base del ricorso al Tar. Quest’ultima resta una valutazione politica dell’esponente di Forza Italia, che richiederebbe dati specifici per essere dimostrata.

La questione merita comunque attenzione perché la gestione di un grande invaso comporta necessariamente un equilibrio tra utilizzi differenti: consumo umano, produzione energetica, irrigazione e tutela ambientale.

Il Trebbia, l’agricoltura e gli effetti della siccità

Sul versante piacentino le esigenze sono a loro volta cambiate. Il Trebbia è una risorsa fondamentale per l’agricoltura della pianura, ma anche un ecosistema fluviale che risente delle variazioni di portata, soprattutto nei mesi estivi.

Le alte temperature, i periodi prolungati senza precipitazioni e la crescente irregolarità dei fenomeni meteorologici hanno reso più difficile la gestione delle disponibilità idriche.

La diminuzione della portata del fiume può incidere sulle possibilità di irrigazione, ma anche sugli habitat acquatici e sull’equilibrio ambientale dell’intero corso d’acqua.

Per questo il tema dei rilasci dal Brugneto ha assunto negli ultimi anni un significato più ampio rispetto alla sola compensazione prevista dalla concessione originaria.

Non si discute soltanto di restituire una quantità d’acqua sottratta al bacino naturale, ma di definire una gestione capace di rispondere a condizioni climatiche e ambientali diverse da quelle esistenti negli anni Sessanta.

La quantità d’acqua necessaria deve tuttavia essere valutata sulla base di dati idrologici aggiornati, delle effettive esigenze agricole e dei livelli di tutela ambientale previsti dalla normativa.

La scadenza del 2024 e l’occasione per cambiare le regole

La concessione originaria prevedeva scadenze differenti per i due utilizzi: il 2014 per la produzione idroelettrica e il 27 luglio 2024 per l’approvvigionamento potabile.

Quest’ultima data ha rappresentato un passaggio fondamentale perché ha riaperto la possibilità di ridefinire le condizioni della derivazione e il rapporto tra le esigenze liguri ed emiliano-romagnole.

Dopo un confronto prolungato, il 28 luglio 2026 era stato raggiunto lo schema di accordo tra le due Regioni, con il coinvolgimento dell’Autorità di bacino del Po.

Il nuovo riferimento di almeno quattro milioni di metri cubi durante la stagione irrigua rappresentava un incremento del 60% rispetto ai 2,5 milioni precedenti, pur nell’ambito delle condizioni previste per salvaguardare la disponibilità idropotabile genovese.

Un compromesso che sembrava aver superato una parte delle divergenze storiche e che ora viene rimesso in discussione dal ricorso del Comune di Genova.

Il «furto d’acqua»: una definizione provocatoria, una questione reale

Definire la vicenda del Brugneto un «furto d’acqua» è certamente una provocazione. La derivazione verso Genova è stata autorizzata attraverso concessioni amministrative e disciplinata da atti pubblici, con compensazioni previste fin dall’origine.

Non si tratta dunque di un prelievo clandestino o privo di titolo giuridico. Ma l’espressione richiama una questione concreta: una parte delle acque che naturalmente alimenterebbero il Trebbia viene trasferita da decenni verso un altro bacino idrografico, sulla base di scelte compiute in un contesto storico molto diverso da quello attuale.

La domanda non è soltanto se quelle decisioni fossero legittime, ma se le condizioni che le avevano giustificate siano ancora valide e se la ripartizione delle risorse risponda alle esigenze contemporanee.

Da una parte c’è il diritto dei cittadini genovesi a un approvvigionamento idrico sicuro. Dall’altra ci sono le necessità del territorio piacentino, dell’agricoltura e di un fiume che nei mesi estivi deve fare i conti con portate sempre più critiche.

La controversia aperta davanti al Tar riguarda le modalità giuridiche con cui è stata costruita la nuova intesa. Ma alle sue spalle rimane una questione che accompagna il Brugneto fin dalla nascita della diga: quanta acqua può essere trasferita verso Genova e quanta deve continuare a scorrere nel Trebbia.

L’accordo del 28 luglio aveva tentato di fornire una nuova risposta. Il ricorso presentato dall’amministrazione Salis rimette ora quella risposta in discussione.

ARTICOLI COLLEGATI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui
Captcha verification failed!
Punteggio utente captcha non riuscito. Ci contatti per favore!
- Advertisment -

Articoli PIu' popolari