Non usa mezzi termini Confesercenti Piacenza, che lancia un duro affondo contro il proliferare incontrollato di sagre e feste gastronomiche organizzate in tutta la provincia. Nel mirino finiscono soprattutto gli eventi che, dietro il richiamo della tradizione e della beneficenza, finiscono — secondo l’associazione — per trasformarsi in una forma di concorrenza sleale ai danni di ristoranti, trattorie e pubblici esercizi che lavorano tutto l’anno nel rispetto delle regole.
Ogni fine settimana, da primavera fino all’autunno inoltrato, il territorio si riempie di manifestazioni dedicate ai piatti più disparati: dalla “Sagra del fritto misto” a quella dei “pisarei e fasò”, passando per “picula ‘d caval”, grigliate, arrosticini e specialità che spesso con il territorio ospitante non hanno alcun legame storico o produttivo reale.
«Le sagre autentiche sono una cosa seria — attacca Cristian Lertora, presidente regionale Fiepet Confesercenti Emilia Romagna — nascono per celebrare un prodotto del territorio, una tradizione agricola, una ricorrenza religiosa o popolare. Oggi invece assistiamo troppo spesso a eventi costruiti a tavolino, senza alcun rapporto con la cultura gastronomica locale. Basta un piazzale, qualche gazebo, cucine industriali e prodotti acquistati all’ingrosso per creare l’ennesima “festa del gusto”».
Secondo Confesercenti, il problema non riguarda soltanto la qualità dell’offerta, ma soprattutto l’impatto economico devastante che queste manifestazioni stanno generando sulla ristorazione tradizionale.
«I ristoratori pagano affitti, bollette, personale assunto regolarmente, contributi, tasse, TARI, corsi HACCP, controlli sanitari e investimenti continui — prosegue Lertora —. Tengono aperti i locali anche nei mesi morti, quando in paese non c’è nessuno. Le sagre invece lavorano tre o quattro giorni con volontari, costi ridotti e regimi fiscali completamente diversi. È evidente che così si crea una concorrenza squilibrata».
Il presidente Fiepet parla apertamente di «concorrenza sleale legalizzata», sottolineando come il consumatore spesso non percepisca il danno che si produce sul tessuto economico locale.
«Il cliente pensa di spendere meno per una cena sotto al tendone — osserva — ma nel frattempo contribuisce a indebolire quelle attività che garantiscono occupazione stabile, presidio sociale e qualità durante tutto l’anno. Quando chiudono trattorie e ristoranti, un paese perde identità, perde luce, perde vita».
Ma per Confesercenti il rischio maggiore è addirittura culturale. L’associazione denuncia infatti una progressiva perdita del significato autentico delle sagre popolari.
«Se ogni piazza organizza la “Sagra dell’arrosticino” o dello street food senza alcun legame con il territorio, il concetto stesso di tradizione viene svuotato — continua Lertora —. Le nuove generazioni crescono pensando che una sagra sia soltanto mangiare su tavolacci di plastica con musica ad alto volume e prodotti spesso precotti. Così si distrugge il lavoro di chi difende davvero le tipicità locali, i produttori del territorio, i presìdi Slow Food, le DOP e le ricette tramandate».
Confesercenti precisa di non essere contraria alle vere feste di paese né al volontariato. «Le Pro Loco serie rappresentano un patrimonio straordinario — chiarisce Lertora — ma proprio per questo vanno difese da chi utilizza il modello della sagra solo per fare cassa, snaturandone completamente il senso originario».
Da qui la richiesta di un intervento normativo e di controlli più severi.
«Servono regole chiare e uguali per tutti — conclude il presidente regionale Fiepet —. Chi somministra cibo e bevande al pubblico, anche solo per pochi giorni, deve rispettare obblighi fiscali, sanitari e di sicurezza analoghi a quelli richiesti ai ristoratori. Inoltre bisogna limitare il numero degli eventi e impedire sovrapposizioni continue negli stessi territori. Non è più sostenibile avere quaranta sagre in quaranta weekend nello stesso comune».
Confesercenti chiede inoltre verifiche puntuali sull’origine dei prodotti utilizzati e sulla regolarità del personale impiegato durante le manifestazioni.
«La tradizione non è folklore da cartolina — conclude Lertora —. È economia reale, cultura, identità e lavoro. Se continuiamo a svenderla per due panini e una birra industriale, domani non avremo più né le sagre autentiche né i ristoranti. Avremo soltanto centri storici vuoti e comunità più povere».




