HomePrima PaginaSanità piacentina, il Coordinamento: «Tra inaugurazioni e tagli, cosa c’è da festeggiare?»

Sanità piacentina, il Coordinamento: «Tra inaugurazioni e tagli, cosa c’è da festeggiare?»

Secondo il Coordinamento sanità e medicina territoriale, le nuove strutture non rappresenterebbero un reale potenziamento dei servizi, ma una riorganizzazione

«Sanità piacentina: cosa c’è da festeggiare?». È la domanda posta dal Coordinamento sanità e medicina territoriale di Piacenza dopo le recenti inaugurazioni di Ospedali e Case di Comunità, accompagnate dalla presenza delle autorità e dal tradizionale taglio del nastro.

Secondo il Coordinamento, le nuove aperture vengono presentate come importanti traguardi della medicina territoriale e come dimostrazione degli investimenti compiuti dall’Ausl. Una lettura contestata da chi, dietro alle inaugurazioni, vede soprattutto un ridimensionamento dei servizi ospedalieri esistenti.

Il primo caso citato è quello di Castel San Giovanni, dove è stato aperto un Ospedale di Comunità con due reparti dedicati alle lunghe degenze e alle cronicità, affidati a una gestione prevalentemente infermieristica.

«Prima – osserva il Coordinamento – c’erano un ospedale con attività chirurgica di media e bassa intensità e un Pronto soccorso. Ora sono stati sostituiti dall’Ospedale di Comunità e dal Cau. Dovremmo considerarlo un miglioramento?».

Un percorso che, secondo il documento, interesserebbe anche Fiorenzuola, destinata a diventare a sua volta un Ospedale di Comunità. Il risultato sarebbe una provincia con un solo ospedale e un solo Pronto soccorso, entrambi nel capoluogo, dopo il progressivo ridimensionamento della precedente rete ospedaliera.

Per il Coordinamento non si tratterebbe quindi di un potenziamento, ma di una diversa distribuzione delle risorse già disponibili: parte di quelle liberate dalla riduzione dei servizi ospedalieri sarebbe stata destinata agli OsCo, adottando un modello organizzativo che riduce la copertura ospedaliera sul territorio.

Restano inoltre da chiarire le prospettive della chirurgia a bassa intensità, svolta in anestesia locale, che dovrebbe essere garantita a Castel San Giovanni e Fiorenzuola. In Val Tidone una delle due sale operatorie sarebbe passata alla gestione diretta dell’Istituto ortopedico Rizzoli, che la utilizzerebbe anche per interventi in libera professione. Fiorenzuola dovrebbe invece farsi carico della domanda provinciale di chirurgia a bassa intensità, con possibili conseguenze sulle liste d’attesa.

Critiche analoghe vengono rivolte alle Case di Comunità, introdotte dal decreto ministeriale 77 del 2022 per rafforzare la medicina territoriale e l’integrazione con gli ospedali. Il modello prevede personale, ambulatori e servizi che, sottolinea il Coordinamento, richiederebbero investimenti rilevanti e non soltanto nuove strutture edilizie.

I fondi del Pnrr erano destinati soprattutto alla realizzazione delle infrastrutture, che avrebbero dovuto contribuire alla piena attivazione della rete entro il 30 giugno. I risultati raggiunti, secondo il Coordinamento, sarebbero però ancora lontani dagli obiettivi fissati.

Viene citata, in particolare, la Casa di Comunità di San Nicolò: «La struttura esisteva già ed è stata semplicemente trasferita in un nuovo edificio, mantenendo sostanzialmente gli stessi servizi». Anche alla Casa di Comunità Belvedere il personale medico sarebbe stato spostato dalla sede di piazzale Milano, mentre i lavori non risulterebbero ancora conclusi.

La ricognizione sulle altre Case di Comunità, già esistenti o ancora da attivare, evidenzierebbe inoltre carenze di personale e ritardi nella realizzazione di ambulatori e consultori.

L’unico intervento annunciato sarebbe quello delle Aggregazioni funzionali territoriali, composte da medici di medicina generale chiamati a prestare almeno sei ore settimanali nelle nuove strutture. Una soluzione che, per il Coordinamento, non sarebbe sufficiente a garantire la copertura continuativa promessa e rischierebbe di sottrarre tempo agli ambulatori dei medici di famiglia.

«È un’operazione contestata dagli stessi professionisti – si legge nel documento – che apre interrogativi sulla tenuta della medicina di base e sulla continuità del rapporto tra medico e paziente, soprattutto in una provincia che si estende fino alle zone appenniniche».

La medicina territoriale verrebbe quindi costruita, secondo il Coordinamento, utilizzando le risorse residue di una rete ospedaliera progressivamente ridimensionata. La concentrazione delle principali funzioni sanitarie nel capoluogo comporterebbe per molti pazienti e operatori spostamenti più lunghi e maggiori difficoltà di accesso alle cure.

A questo quadro si aggiungono la carenza di personale, le criticità organizzative e il problema ancora irrisolto delle liste d’attesa.

Il Coordinamento chiede pertanto di rivedere il Piano sociosanitario, partendo dalle esigenze specifiche della provincia di Piacenza. L’integrazione tra ospedale e territorio dovrebbe prevedere Case di Comunità dotate degli organici e dei servizi stabiliti dal decreto 77, ma anche il mantenimento di una distribuzione minima delle funzioni ospedaliere sul territorio.

Gli spazi lasciati liberi dal servizio pubblico, avverte il documento, vengono sempre più spesso occupati dalla sanità privata, accreditata e non, sostenuta anche dalla crescita delle assicurazioni sanitarie e del welfare contrattuale.

«L’integrazione tra ospedale e territorio richiede risorse e priorità chiare. Il nuovo ospedale, da solo, non risolverà le criticità con le quali dobbiamo confrontarci oggi». Una posizione che il Coordinamento collega alle stesse dichiarazioni del presidente della Regione Michele de Pascale, che ha più volte indicato nel rapporto tra assistenza ospedaliera e territoriale uno dei principali terreni sui quali intervenire per affrontare la crisi del sistema sanitario regionale.

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