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Piacenza e le multe “orwelliane”: quando si fruga nella spazzatura per punire i “presunti colpevoli”

Altri cittadini sanzionati a causa di buste o documenti rinvenute dagli accertatori di Iren. Intanto emergono forti dubbi sulla legittimità giuridica delle sanzioni

Negli ultimi giorni a Piacenza sta accadendo qualcosa che sembra uscito più da un romanzo distopico che dalla realtà amministrativa di una città italiana: il comune ha infatti iniziato a sanzionare i cittadini non perché qualcuno li ha visti abbandonare rifiuti, non perché la loro condotta è stata direttamente accertata, ma semplicemente perché nel sacco trovato sul marciapiede c’era un documento con il loro nome. Una situazione che deriva dal già contestatissimo e travagliato avvio della cosiddetta raccolta puntuale. Ieri abbiamo pubblicato un primo caso segnalato dall’avvocato Sara Soresi, capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio comunale, relativo ad un cittadino mulato perchè in un sacco è stato trovato un biglietto aereo a lui intestato. Oggi invece emerge il caso di un altro piacentino a cui è arrivata una sanzione compresa fra i 52 ed i 312 euro (pagabile subito con pagamento ridotto di 120,50 euro) perchè in una benna stradale per il conferimento del verde, in via Caduti sul lavoro, è stata trovato un sacchetto di rifiuti indifferenziati che sono stati analizzati da un Agente Accertatore di Iren che ha trovato, una busta da imballaggio per un pacco postale con il nome di una persona divenuta dunque seduta stante colpevole, senza altre prove.

È una dinamica che richiama scenari da “Grande Fratello”: non servono movimenti sospetti ripresi da telecamere, non serve un agente che veda il gesto. Basta un nome dentro la spazzatura. Un po’ come in 1984, dove un apparato burocratico onnisciente e punitivo non attendeva vere o proprie prove, ma stabiliva colpe sulla base di segni, indizi e tracce.

Una situazione degna del romanzo Fahrenheit 451, dove la società controlla ogni dettaglio della vita privata, trasformando il cittadino in un sospetto permanente o ancora, attingendo al cinema, scenari che emergono in The Circle, dove ogni dato personale può essere usato contro l’individuo senza ulteriori verifiche ed ancora nel film Brazil, con la sua burocrazia soffocante e distorta.

Abbandonando la fantasia e calandosi nella realtà giuridica, questa linea messa un pista dal Comune di Piacenza sembra fragile ed imprecisa. Perché una sanzione amministrativa non è un rimprovero da social: ha conseguenze economiche e richiederebbe certezza della prova, non semplici sospetti.

Trovare un documento in un sacco poteva forse essere un elemento utile per avviare un approfondito ed ulteriore accertamento. Ma prenderlo come prova decisiva e sufficiente per far scattare una multa significa abbandonare ogni cautela probatoria ed equiparare l’indizio alla prova.

Ne deriva che più che punire comportamenti effettivamente devianti, si rischia di punire la casualità, l’incuria di altri o peggio il semplice fatto di avere il proprio nome su un pezzo di carta finito nella spazzatura di qualcun altro.

Non è un caso che molte sentenze e pareri giuridici sottolineino come il collegamento tra persona e condotta debba poggiare su riscontri oggettivi e univoci: video, testimonianze dirette, situazioni che ricostruiscono il gesto. Qui, invece, si procede per associazione superficiale: “se c’è il tuo nome, deve essere colpa tua”. È un errore fondamentale di metodo e di giustizia.

La lotta all’abbandono dei rifiuti è sacrosanta. Nessuno lo contesta. Ma combattere un comportamento scorretto non giustifica di trasformare ogni sacco in una sorta di schedatura del cittadino. Perché il rischio non è solo penalizzare chi non ha colpa, ma normalizzare una cultura in cui l’apparato decide prima e prova dopo, un mondo alla Orwell dove l’accertamento si piega alle esigenze dell’efficienza piuttosto che alla tutela dei diritti.

In una democrazia, la sanzione amministrativa non può fondarsi su semplici etichette. Deve essere costruita su fatti, su accertamenti, su certezza e non basata su meri sospetti, apparenze, tracce casuali.

Tra l’altro oltre che riflessioni etiche e morali questa deriva eco-giustizialista, queste multe giuridicamente deboli possono portare anche ad un impatto diretto sulle casse comunali.

Come previsto dalla Legge 689/1981, il cittadino può opporsi entro 30 giorni al Comune o rivolgersi al Giudice di Pace. E la giurisprudenza consolidata sottolinea che l’onere della prova grava sull’amministrazione: se l’unico elemento è il nome trovato nel sacco, il ricorso ha buone possibilità di successo. Ogni opposizione di conseguenza può comportare spese legali (seppure ridotte) per l’ente pubblico, l’annullamento della multa con eventuale rimborso, perdite di tempo per gli uffici comunali, costi derivanti dall’ingaggio di questi “ispettori della spazzatura”.

Se i cittadini percepissero le multe come ingiuste o arbitrarie l’amministrazione Tarasconi andrebbe incontro a un nuovo rischio reputazionale che si andrebbe a sommare a partite recenti come la stessa raccolta puntuale e le traversie di piazza Cittadella.
Insomma una politica basata su sanzioni senza prove certe può diventare un boomerang  di immagine, a un anno e qualche mese dalle elezioni oltre che materiale ed economico diretto per il Comune, quasi certamente soccombente in caso di ricorsi multipli.

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