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 Diga del Brugneto, Fipsas: «L’acqua della Trebbia è un bene comune, garantire il deflusso minimo»

L’associazione di pesca sportiva richiama i risultati dei monitoraggi sulla fauna ittica e avverte: «In alcuni tratti la presenza di pesci è prossima all’assenza

Dopo aver mantenuto per settimane un profilo prudente, per non interferire con il confronto tra le Regioni e con il lavoro delle istituzioni, Fipsas Piacenza interviene pubblicamente sulla gestione della diga del Brugneto. L’associazione chiede che sia garantito il deflusso minimo vitale della Trebbia e richiama l’attenzione sulle conseguenze ambientali, agricole e sociali che una disponibilità insufficiente d’acqua potrebbe determinare lungo il corso del fiume.

La presa di posizione arriva mentre prosegue il confronto sui rilasci dalla diga e aumentano le preoccupazioni espresse dagli amministratori locali, dal mondo agricolo e dai cittadini della Val Trebbia.

«Fipsas Piacenza porta la voce dei pescatori, ma con una visione più ampia del fiume – sottolinea l’associazione –. La Trebbia rappresenta un patrimonio naturale, ambientale, sociale ed economico che appartiene all’intero territorio e non può essere valutato esclusivamente in funzione delle esigenze di una singola realtà amministrativa».

Il punto di partenza è la natura collettiva della risorsa: «L’acqua della Trebbia è un bene comune. La sua gestione richiede equilibrio, responsabilità e una visione capace di considerare gli effetti delle decisioni su tutte le comunità coinvolte». Per questo Fipsas invita le istituzioni liguri, chiamate a decidere sulla gestione del Brugneto, a valutare con particolare attenzione le ripercussioni che una riduzione dei rilasci avrebbe sul territorio piacentino.

Secondo l’associazione, assicurare il deflusso minimo vitale non significa limitarsi al rispetto di un parametro tecnico. Vuol dire garantire la sopravvivenza di un ecosistema già sottoposto agli effetti del cambiamento climatico, dell’aumento delle temperature e della crescente scarsità delle risorse idriche.

«Significa tutelare la biodiversità, sostenere le attività agricole, salvaguardare il turismo ambientale e consentire alle comunità della Val Trebbia di continuare a vivere il proprio fiume», evidenzia Fipsas.

Le preoccupazioni espresse non deriverebbero soltanto dalle prospettive per i prossimi mesi, ma anche dai risultati delle attività di monitoraggio condotte negli ultimi anni sulla fauna ittica del territorio piacentino. Le rilevazioni avrebbero evidenziato una situazione particolarmente critica in diversi tratti della Trebbia.

«La presenza di pesci risulta estremamente ridotta e, in alcuni casi, prossima all’assenza – riferisce l’associazione –. È un quadro che testimonia la fragilità dell’equilibrio biologico del corso d’acqua e rende ancora più urgente garantire condizioni idrologiche compatibili con la sopravvivenza dell’ecosistema».

Fipsas ricorda inoltre di aver investito negli anni risorse economiche e competenze nella tutela del patrimonio ittico e nei progetti di ripopolamento delle specie autoctone. Attività portate avanti, sottolinea, nonostante le difficoltà burocratiche, le risorse limitate e i problemi organizzativi.

«Sarebbe profondamente irresponsabile permettere che questi sforzi vengano compromessi da una gestione della risorsa idrica incapace di assicurare il minimo indispensabile alla vita del fiume».

Da qui la richiesta che il deflusso minimo vitale venga garantito per impedire un ulteriore impoverimento della Trebbia. Fipsas indica anche quali, a suo giudizio, dovrebbero essere le conseguenze qualora non venissero assicurati rilasci sufficienti.

«Se questa garanzia dovesse venire meno, la Regione Liguria e le istituzioni liguri dovrebbero assumersi pienamente la responsabilità delle conseguenze ambientali derivanti dalle proprie decisioni, finanziando integralmente gli interventi di ripopolamento ittico e le ulteriori azioni necessarie per mitigare i danni arrecati all’ecosistema fluviale».

La questione, osserva l’associazione, non interessa soltanto i pescatori, ma coinvolge le famiglie che vivono lungo il corso della Trebbia, le aziende agricole dipendenti dalla disponibilità d’acqua e le attività turistiche che trovano nel fiume una delle principali risorse del territorio.

Fipsas conferma la disponibilità a collaborare con le istituzioni e con gli altri soggetti coinvolti per individuare soluzioni concrete, ma annuncia che continuerà anche a richiamare le responsabilità di chi è chiamato a decidere.

«La tutela della Trebbia non può essere rinviata né subordinata a interessi che ignorino le esigenze ambientali e quelle delle comunità che vivono lungo il suo corso. La nostra preoccupazione nasce dall’osservazione diretta del fiume, dai monitoraggi effettuati negli anni e dalla consapevolezza che un ecosistema impoverito richiede tempi lunghi per essere recuperato».

L’appello conclusivo è rivolto alle istituzioni: «Chiediamo che prevalga il senso di responsabilità: la Trebbia ha bisogno di acqua oggi, non quando i danni saranno ormai irreversibili».

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